American Horror Story 13 ha debuttato il 1° ottobre su Disney+ in Italia con i primi tre episodi, riportando la creatura di Ryan Murphy e Brad Falchuk nel territorio che l'ha resa un fenomeno televisivo: superstizione, orrore psicologico, soprannaturale e personaggi provenienti dal passato della saga. Al centro della nuova storia c'è Ben, un uomo ossessionato dal numero 13 e sopravvissuto a un disastro aereo apparentemente inspiegabile, mentre una serie di eventi sempre più inquietanti comincia a riaprire porte che sembravano definitivamente chiuse. Coven e Murder House tornano così a contaminare il presente, trasformando la tredicesima stagione in qualcosa di molto vicino a una resa dei conti con quindici anni di incubi.

Il numero della stagione non è una semplice coincidenza di calendario. AHS: 13 costruisce proprio intorno al tredici la sua identità, prendendo una delle superstizioni più radicate della cultura popolare americana e utilizzandola come chiave per riaprire l'intero universo della serie. Non si tratta però soltanto di un gioco metanarrativo: nei primi episodi il tredici diventa ossessione, paura, destino e soprattutto il punto attraverso cui passato e presente iniziano lentamente a sovrapporsi.

American Horror Story 13

La sensazione più evidente è che American Horror Story abbia deciso di guardarsi allo specchio. Dopo stagioni capaci di dividere profondamente il pubblico e una formula che inevitabilmente ha mostrato qualche segno di stanchezza, Murphy e Falchuk sembrano aver scelto di non inseguire a tutti i costi un'altra reinvenzione. Stavolta tornano esattamente là dove tutto aveva funzionato meglio.

American Horror Story 13 costruisce una casa infestata con il proprio passato

La nuova stagione presenta Ben come principale punto d'accesso alla storia. La sua triscaidecafobia, la paura patologica del numero 13, potrebbe sembrare inizialmente il classico espediente provocatorio della serie, ma nei primi tre episodi assume progressivamente un significato più ampio. Ben non teme soltanto un numero: teme che gli eventi intorno a lui stiano obbedendo a una logica che non riesce più a controllare.

L'incidente aereo dal quale riesce a sopravvivere diventa il primo squarcio nella realtà. Intorno a lui cominciano a moltiplicarsi coincidenze, apparizioni e fenomeni che sembrano collegarsi a qualcosa di molto più antico, mentre misteriose profanazioni di tombe suggeriscono che ciò che sta accadendo non possa essere confinato alla sua esperienza personale.

American Horror Story 13

Ed è proprio quando il racconto comincia ad allargarsi che emerge la vera natura di questa stagione. La congrega di Miss Robichaux torna ad avere un peso centrale e il ritorno di Cordelia Goode rimette immediatamente in circolo uno degli immaginari più riconoscibili del franchise. Sarah Paulson non viene utilizzata semplicemente per accendere la nostalgia degli spettatori: la sua presenza ricorda che l'universo di AHS possiede ormai una mitologia propria, con regole, traumi e personaggi che possono essere recuperati senza dover ricominciare ogni volta da zero. Quello che per anni era stato un gioco fatto di collegamenti nascosti e piccoli riferimenti diventa qui molto più esplicito.

Jessica Lange torna e cambia immediatamente il peso della stagione

Tra tutti i ritorni, quello di Jessica Lange possiede inevitabilmente un valore particolare. La sua presenza riporta sullo schermo una delle interpreti che hanno definito l'identità originaria di American Horror Story, quando la serie viveva soprattutto del contrasto fra melodramma, grottesco e orrore. E si sente.

American Horror Story 13

Lange non ha bisogno di diventare il centro di ogni sequenza per modificare l'atmosfera. Il semplice ritorno di Constance Langdon permette alla stagione di riallacciare direttamente i fili con Murder House, il luogo nel quale quindici anni fa tutto era cominciato. Accanto a lei rientrano progressivamente altre figure familiari, in una stagione che sembra voler trasformare il proprio archivio di personaggi in materiale narrativo e non in una semplice passerella celebrativa.

Lo stesso vale per Evan Peters, Sarah Paulson e per un cast che recupera Angela Bassett, Kathy Bates, Emma Roberts, Billie Lourd, Gabourey Sidibe e Leslie Grossman, insieme ad altri interpreti legati alle stagioni precedenti. È un'operazione rischiosa perché il confine fra evento e fan service è sottilissimo. Nei primi tre episodi, però, AHS: 13 riesce nella maggior parte dei casi a restare dalla parte giusta.

I personaggi del passato non entrano in scena soltanto per ottenere una reazione nostalgica. Sono pezzi di un universo che questa stagione sembra intenzionata a mettere finalmente in comunicazione in maniera molto più diretta.

Coven e Murder House non sono citazioni: diventano parte della storia

È qui che la tredicesima stagione trova la propria idea migliore. Per molto tempo American Horror Story ha giocato con la possibilità che le proprie storie fossero collegate, lasciando piccoli indizi oppure costruendo connessioni più evidenti. Apocalypse aveva già portato questo meccanismo a un livello superiore. AHS: 13 sembra voler andare ancora oltre, trasformando la memoria stessa della serie in un elemento dell'orrore. Non siamo davanti a una collezione di easter egg disseminati per premiare chi ricorda ogni stagione.

Coven e Murder House sono utilizzate per dare profondità alla nuova minaccia. Lo spettatore veterano riconosce persone, luoghi e dinamiche e comprende immediatamente quale pericolo possano rappresentare determinate presenze; chi arriva per la prima volta, invece, deve accettare di entrare in una storia che possiede quindici anni di passato. È probabilmente anche il limite principale di questa impostazione.

American Horror Story 13

American Horror Story 13 non sembra avere particolare interesse nel fingere di essere un nuovo punto di partenza. Racconta una storia nuova, ma parla soprattutto a chi conosce già il linguaggio della serie. Alcuni ritorni hanno un peso emotivo e narrativo molto maggiore quando si conoscono le stagioni dalle quali provengono.

Per i fan storici può diventare uno dei punti di forza dell'intero progetto. Per chi non ha mai visto Murder House o Coven, determinati passaggi rischiano invece di avere un impatto inevitabilmente ridotto.

Il vero ritorno alle origini è nel modo in cui AHS costruisce la paura

La nostalgia, comunque, non sarebbe sufficiente a sostenere tre episodi se mancasse l'atmosfera. Ed è probabilmente questo l'elemento più incoraggiante dell'esordio.

American Horror Story torna ad avere voglia di essere inquietante prima ancora che scioccante. Gli eccessi visivi non sono scomparsi e il gusto per il grottesco resta parte del DNA dello show, ma la messinscena lascia maggiore spazio alla costruzione dell'attesa, all'ambiguità e alla sensazione che qualcosa possa comparire ai margini dell'inquadratura.

La serie sembra ricordarsi che alcuni dei suoi momenti più efficaci non erano necessariamente quelli più sanguinosi.

Il disagio nasce dall'impossibilità di distinguere immediatamente la suggestione dalla minaccia reale. La paura di Ben offre sotto questo aspetto un dispositivo narrativo molto efficace: se il protagonista percepisce il tredici ovunque, anche lo spettatore comincia inevitabilmente a cercarlo. Ogni dettaglio può diventare un segnale, ogni coincidenza può smettere improvvisamente di essere tale.

È il vecchio trucco dell'ossessione che contamina lo sguardo, ma applicato a una serie che possiede ormai abbastanza storia da poter nascondere significati praticamente ovunque.

Joey Pollari deve sopravvivere anche ai fantasmi del cast

In mezzo a un ritorno così imponente di personaggi conosciuti, uno dei compiti più difficili spetta paradossalmente alla novità principale.

Joey Pollari deve rendere Ben interessante mentre intorno a lui sfilano alcune delle figure più iconiche dell'intero franchise. Il rischio di diventare semplicemente l'uomo attraverso il quale raggiungere i personaggi storici è evidente, ma i primi episodi riescono a concedergli sufficiente spazio per costruire un'identità autonoma.

American Horror Story 13

La triscaidecafobia non viene trattata esclusivamente come eccentricità. Diventa una lente attraverso cui raccontare la progressiva perdita di controllo di un uomo convinto che esista uno schema dietro ciò che sta vivendo.

Questo permette alla nuova stagione di conservare un centro narrativo originale anche mentre continua a spalancare porte sul passato.

Ed è fondamentale, perché un crossover funziona davvero soltanto quando esiste qualcosa di nuovo per cui valga la pena seguirlo.

Tre episodi convincenti, ma il vero esame deve ancora arrivare

Dopo quindici anni, il problema di American Horror Story non è mai stato la capacità di inventare una buona premessa. La serie ha costruito alcune delle proprie stagioni meno riuscite partendo proprio da idee molto forti.

Il problema è sempre stato mantenerle. Per questo i primi tre episodi di AHS: 13 vanno letti soprattutto come una promessa. Il materiale a disposizione è enorme: un nuovo mistero, il simbolismo del numero 13, un cast impressionante, il ritorno delle streghe, l'eredità di Murder House e un sistema di connessioni che potrebbe coinvolgere una parte consistente della mitologia costruita dal 2011. Tutto questo può produrre una delle stagioni più ricche della serie oppure trasformarsi in un accumulo difficile da governare.

American Horror Story 13

Tredici episodi non sono pochi, soprattutto per una produzione che negli anni ha spesso mostrato una tendenza a partire fortissimo e perdere compattezza nella seconda metà. Sarà quindi la capacità di controllare l'abbondanza a decidere il valore complessivo della stagione.

Per adesso, però, c'è un elemento che mancava da tempo con questa intensità: la sensazione che American Horror Story si stia divertendo nuovamente a essere American Horror Story.

Non prova a nascondere il proprio passato. Lo dissotterra. Non cerca di allontanarsi dalle proprie ossessioni. Le porta tutte nella stessa stanza. E scegliere proprio la stagione numero 13 per far tornare vecchie streghe, fantasmi e traumi non è soltanto una trovata perfettamente in linea con Ryan Murphy. È forse il modo più naturale per ricordare perché, nel 2011, entrare per la prima volta in quella casa infestata ci era sembrata un'idea così irresistibile.