Carlo Acutis. Il giovane santo, documentario diretto da Luca Salmaso e distribuito da Nexo Studios nei cinema italiani dal 15 al 21 ottobre 2026, ricostruisce la vita dell’adolescente milanese morto a quindici anni nel 2006 e canonizzato da Papa Leone XIV il 7 settembre 2025. Realizzato a vent’anni dalla scomparsa, il film dura 84 minuti e riunisce testimonianze familiari, ricordi degli amici, fotografie e filmati privati, accompagnando lo spettatore dalla quotidianità di Carlo fino alla straordinaria diffusione internazionale della sua devozione. Il progetto nasce con un obiettivo delicato: raccontare un ragazzo diventato simbolo della fede nell’era digitale senza cancellare la sua dimensione umana. È proprio quando lascia da parte la solennità della canonizzazione e restituisce spazio al Carlo adolescente che il documentario trova la propria ragione cinematografica, mostrando una persona curiosa, vivace e appassionata di tecnologia, molto più vicina ai suoi coetanei di quanto possa suggerire l’immagine pubblica di un santo. Il risultato è un’opera rispettosa e accessibile, sostenuta da materiali di notevole valore testimoniale, che però non riesce sempre a prendere le distanze dall’impostazione celebrativa della propria materia.
Raccontare Carlo Acutis significa confrontarsi con un personaggio la cui notorietà ha assunto proporzioni eccezionali dopo la morte. Nato nel 1991, cresciuto a Milano e profondamente legato ad Assisi, Carlo apparteneva a una generazione che ha vissuto la diffusione di Internet, dei primi strumenti digitali personali e dei videogiochi come componenti naturali della quotidianità. La sua fede, invece di svilupparsi in opposizione a questo mondo, trovava nella tecnologia uno degli strumenti attraverso i quali esprimersi, soprattutto attraverso il lavoro di documentazione e divulgazione religiosa realizzato online. La definizione di primo santo di Internet nasce da questa particolare combinazione tra spiritualità e cultura digitale, ma rischia anche di ridurre una vicenda personale complessa a un’etichetta facilmente riconoscibile. Il documentario cerca di superare tale semplificazione attraverso il ricordo di chi frequentava Carlo prima che la sua storia diventasse patrimonio di una comunità internazionale. È una scelta importante perché sposta l’attenzione dal significato religioso attribuito successivamente alla sua vita ai comportamenti concreti di un ragazzo che andava a scuola, coltivava amicizie, studiava e partecipava alle attività della propria famiglia. L’intenzione è chiara: prima di chiedere allo spettatore di comprendere il santo, occorre permettergli di conoscere la persona.

Il Carlo Acutis degli amici è il vero protagonista del documentario
Le testimonianze più efficaci sono quelle che restituiscono a Carlo una normalità spesso assente dai racconti dedicati alle figure religiose. Il regista affida uno spazio significativo ai genitori Antonia Salzano e Andrea Acutis, alla nonna Luana Pennino e alle persone che hanno accompagnato il ragazzo nella sua crescita, ma sono soprattutto i ricordi degli amici d’infanzia e degli insegnanti a dare al racconto un carattere meno prevedibile. Attraverso le loro parole emerge un adolescente interessato alla conoscenza, disponibile verso gli altri e fortemente legato alla dimensione spirituale, ma anche capace di scherzare, distrarsi durante le lezioni e partecipare alle piccole trasgressioni della vita scolastica. Sono dettagli che non ridimensionano necessariamente la sua esperienza religiosa; al contrario, contribuiscono a renderla comprensibile all’interno di un’esistenza concreta. La qualità di questi passaggi dipende proprio dall’assenza di una distanza artificiale tra il protagonista e lo spettatore, perché Carlo smette momentaneamente di essere una figura da contemplare e torna a essere un ragazzo del quale si possono riconoscere gesti, abitudini e caratteristiche personali. Il confronto con le testimonianze dei familiari permette inoltre di osservare come una stessa persona possa assumere significati differenti a seconda della relazione che aveva con chi la ricorda, introducendo una pluralità di prospettive che costituisce uno dei principali punti di forza del progetto.
A sostenere questa dimensione intervengono le fotografie e i filmati privati, probabilmente il materiale più prezioso dell’intera produzione. Le immagini domestiche, lontane dalla perfezione delle ricostruzioni cinematografiche, possiedono una forza particolare perché conservano comportamenti e momenti che non erano stati realizzati per diventare parte di un racconto pubblico. Salmaso costruisce il film alternando questi documenti alle interviste e alle riprese contemporanee dei luoghi legati all’esperienza di Carlo, da Milano ad Assisi, fino ai riferimenti spirituali di Fatima e della Verna. Il percorso conduce progressivamente alla canonizzazione celebrata in Piazza San Pietro, documentata anche attraverso le immagini ufficiali di Vatican Media, e permette di cogliere la trasformazione di una vicenda familiare in un fenomeno religioso di dimensioni internazionali. Il montaggio cerca di stabilire una continuità tra passato e presente, tra i gesti spontanei di un adolescente e la devozione sviluppatasi attorno alla sua memoria, ma proprio questa costruzione evidenzia anche una difficoltà. Quando le testimonianze assumono un carattere prevalentemente celebrativo, l’immagine del ragazzo concreto tende nuovamente a lasciare spazio a quella del modello spirituale. La narrazione rimane rispettosa e coerente, ma perde parte dell’immediatezza conquistata nei momenti più intimi, quando erano sufficienti una fotografia o un ricordo scolastico per restituire la complessità del protagonista.

La devozione diventa racconto, ma manca uno sguardo davvero critico
Il limite principale di Carlo Acutis. Il giovane santo riguarda la difficoltà di trasformare un ricco patrimonio documentale in una riflessione cinematografica altrettanto articolata. La struttura è costruita soprattutto attraverso una successione di testimonianze, immagini d’archivio e luoghi della fede, secondo un’impostazione tradizionale che privilegia la chiarezza espositiva e la partecipazione emotiva. Non è una scelta necessariamente sbagliata: per un pubblico interessato a conoscere la storia di Carlo, la presenza diretta delle persone che lo hanno frequentato rappresenta una risorsa importante, mentre i materiali familiari offrono un accesso privilegiato alla sua quotidianità. Il problema emerge quando il documentario sembra accontentarsi di raccogliere queste voci senza utilizzarle per sviluppare interrogativi ulteriori. Il fenomeno Acutis, infatti, non riguarda soltanto la santità riconosciuta dalla Chiesa, ma anche il modo in cui una figura religiosa può diventare un riferimento globale attraverso Internet, i social network e nuove forme di partecipazione collettiva. Il film introduce questa dimensione, mostrando la devozione internazionale e il rapporto tra fede e comunicazione digitale, ma avrebbe potuto dedicarle un’indagine più approfondita, distinguendo maggiormente la storia personale del ragazzo dalla costruzione pubblica della sua immagine.
Lo stesso Salmaso ha chiarito l’intenzione alla base del proprio lavoro: «Lo scopo delle scelte registiche è valorizzare la profonda umanità di Carlo: un tratto che va oltre la dottrina e lo rende testimone di una fede viva, calata nel quotidiano e manifestata attraverso una costante attenzione verso il prossimo». Il documentario raggiunge questo obiettivo soprattutto quando lascia parlare i ricordi senza cercare continuamente di attribuire loro un significato esemplare, mentre risulta meno incisivo nei momenti in cui la narrazione accompagna lo spettatore verso conclusioni già previste. Anche la presenza della testimonianza di Valeria Vargas Valverde, legata al miracolo riconosciuto nel percorso di canonizzazione, appartiene a una dimensione che il film affronta principalmente attraverso il racconto dei protagonisti e la prospettiva della fede. Sarebbe stato interessante osservare con maggiore attenzione il rapporto tra l’accertamento ecclesiastico, la devozione popolare e la circolazione mediatica di queste testimonianze, senza che ciò comportasse necessariamente un atteggiamento ostile o irrispettoso verso il mondo religioso. Uno sguardo critico, in un documentario, non coincide con il desiderio di smentire ciò che viene raccontato, ma con la capacità di interrogare le testimonianze e mettere in relazione prospettive differenti. Salmaso sceglie invece una via prevalentemente partecipativa, emotivamente comprensibile e destinata a incontrare il favore del pubblico più vicino alla figura di Acutis, ma meno capace di ampliare il discorso cinematografico oltre la ricostruzione celebrativa.
Il riferimento al cosiddetto santo di Internet avrebbe potuto inoltre offrire l’occasione per affrontare un tema particolarmente contemporaneo: come cambia il rapporto con la spiritualità quando la testimonianza individuale sopravvive attraverso fotografie digitali, video, archivi online e comunità internazionali che non hanno conosciuto direttamente la persona venerata? La figura di Carlo appare singolare anche perché la sua vita appartiene a un passato relativamente recente, documentato attraverso strumenti che fanno parte dell’esperienza quotidiana di milioni di spettatori. A differenza di molte figure religiose del passato, delle quali rimangono soprattutto scritti, racconti e raffigurazioni artistiche, Acutis può essere osservato attraverso immagini familiari che ne conservano i movimenti e le espressioni. Questa vicinanza visiva contribuisce a renderlo riconoscibile, ma introduce anche interrogativi sul rapporto tra memoria privata e rappresentazione pubblica. Il documentario possiede il materiale necessario per approfondire tale contrasto, tuttavia preferisce utilizzarlo principalmente per confermare il carattere umano e spirituale del protagonista. È una possibilità narrativa soltanto parzialmente sfruttata, soprattutto considerando quanto il rapporto tra adolescenza, identità digitale e ricerca di senso potrebbe interessare anche spettatori privi di un legame personale con la fede cattolica.

Il verdetto: un ritratto sincero che convince più per le persone che per il cinema
Carlo Acutis. Il giovane santo è un documentario capace di restituire con sensibilità il ricordo di un adolescente la cui vicenda personale ha assunto una dimensione straordinaria, ma non sempre riesce a trasformare la ricchezza delle testimonianze in una proposta cinematografica originale. Luca Salmaso lavora con rispetto, privilegia una narrazione accessibile e mette a disposizione dello spettatore documenti che permettono di avvicinarsi alla vita di Carlo prima della canonizzazione. La partecipazione degli amici, degli insegnanti e dei familiari costituisce il suo risultato più importante, perché introduce piccoli elementi di spontaneità all’interno di una figura pubblica spesso rappresentata attraverso una dimensione esclusivamente spirituale. Le immagini private rafforzano questa impressione, riportando il protagonista alla concretezza dell’adolescenza e mostrando come curiosità, passione tecnologica e fede potessero convivere nella sua esperienza quotidiana. Il limite rimane l’impostazione prevalentemente testimoniale, che procede in maniera ordinata ma raramente sorprendente, lasciando poco spazio a una vera elaborazione delle questioni suscitate dalla popolarità internazionale del giovane santo. Il film racconta bene chi fosse Carlo per le persone che lo hanno conosciuto, mentre approfondisce meno il processo attraverso il quale quel ragazzo è diventato un simbolo capace di raggiungere milioni di persone.

La valutazione complessiva rimane positiva, soprattutto per il valore umano e documentale del progetto, ma deve essere distinta dal coinvolgimento che il tema può suscitare negli spettatori più vicini alla sua dimensione religiosa. Chi desidera conoscere Carlo Acutis attraverso le testimonianze dirette e i materiali familiari troverà un’opera rispettosa, spesso emozionante e capace di offrire informazioni e ricordi significativi. Chi cerca invece un documentario disposto a mettere realmente in discussione il proprio materiale, sviluppando una riflessione più ampia sul rapporto tra santità, cultura digitale e costruzione della memoria collettiva, potrebbe avvertire la mancanza di un secondo livello interpretativo. La scelta di privilegiare la vicinanza emotiva rispetto alla distanza critica rende il film più accessibile, ma ne limita l’ambizione cinematografica. Eppure, proprio nelle immagini meno solenni e nei ricordi più ordinari, Carlo Acutis. Il giovane santo trova qualcosa di autenticamente significativo: la possibilità di riconoscere, dietro una figura ormai entrata nella storia della Chiesa, un adolescente con una vita concreta, fatta di affetti, interessi e piccoli gesti quotidiani. È in questi momenti, molto più che nella celebrazione pubblica, che il documentario riesce davvero a lasciare un’impressione duratura.
