Gianni Zanasi torna al cinema con È andata così, una commedia corale che mette in discussione l’idea di famiglia attraverso la convivenza forzata di quattro adulti incapaci di trovare un equilibrio nelle proprie vite. Presentato il 18 ottobre nella sezione Grand Public della ventunesima Festa del Cinema di Roma, il film sarà distribuito nelle sale italiane da Vision Distribution a partire dal 26 novembre 2026. Protagonista è Valentina Lodovini, affiancata da Valerio Mastandrea, Michele Riondino e Leonardo Lidi, in una storia ambientata nella campagna della Tuscia. Dopo War – La guerra desiderata, uscito nel 2022, il regista torna a concentrarsi sulle contraddizioni dei rapporti personali, scegliendo una commedia che alterna situazioni grottesche e momenti drammatici. Al centro della narrazione c’è una domanda meno semplice di quanto possa apparire: che cosa rende davvero una famiglia capace di prendersi cura dei propri figli?
Cecilia, interpretata da Lodovini, cresce due figli e cerca di mantenere in piedi un’esistenza già compromessa dai debiti e dalla chiusura del ristorante ricavato nel suo casolare. Il ritrovamento di un affresco etrusco ha interrotto l’attività, aggravando una situazione economica precaria. A complicare ulteriormente le cose arriva la crisi della figlia sedicenne Elisa, interpretata da Alma Teresa Giardina, che compie un gesto autolesivo dopo una delusione sentimentale. L’intervento dei servizi sociali mette in discussione la capacità della madre di garantire alla ragazza un ambiente adeguato. Cecilia si trova così a dover dimostrare di poter offrire stabilità proprio quando la propria vita sembra esserne completamente priva. La soluzione individuata è tanto improbabile quanto rappresentativa dell’universo narrativo di Zanasi: riunire sotto lo stesso tetto i tre uomini con i quali ha condiviso le relazioni più importanti.

Una famiglia improvvisata che deve imparare a collaborare
I tre uomini chiamati a convivere con Cecilia rappresentano altrettanti modi di affrontare il fallimento personale. Christophe, interpretato da Valerio Mastandrea, è il padre di Elisa e un regista teatrale d’avanguardia che vive nel ricordo di una carriera ormai lontana dai momenti migliori. Guido, al quale dà volto Leonardo Lidi, è il padre del secondo figlio, un ex manager finanziario che ha abbandonato il proprio ambiente professionale e lavora come rider. Tony, interpretato da Michele Riondino, è invece un manager musicale dall’esistenza disordinata, nonché l’uomo che ha sposato Cecilia prima della fine della loro relazione. Nessuno possiede le caratteristiche del riferimento familiare ideale. Ognuno porta nella convivenza questioni irrisolte, rancori e una differente idea di responsabilità. Eppure proprio la necessità di affrontare un problema comune crea le condizioni per una collaborazione che, durante le rispettive relazioni sentimentali, non erano riusciti a costruire.
La scelta narrativa più significativa riguarda il ricorso al teatro. Per cercare una soluzione alla crisi, il gruppo si impegna nell’allestimento di una rappresentazione ispirata a Spettri di Henrik Ibsen, un’opera che affronta l’eredità delle convenzioni sociali, le menzogne familiari e le conseguenze delle scelte compiute dalle generazioni precedenti. Il collegamento offre a Zanasi un terreno particolarmente fertile: personaggi abituati a evitare le proprie responsabilità devono interpretare una storia nella quale il passato continua a condizionare il presente. La rappresentazione teatrale permette così di osservare la famiglia da una prospettiva differente, trasformando il palcoscenico in uno spazio nel quale conflitti e fragilità possono essere affrontati attraverso il confronto. Il paradosso è evidente: per convincere gli altri di essere capaci di vivere insieme, i protagonisti devono prima imparare a recitare e lavorare insieme.

La riuscita di questa impostazione dipende soprattutto dagli interpreti. Valentina Lodovini sostiene il ruolo più complesso, quello di una madre che non può concedersi il lusso di abbandonare le proprie responsabilità, pur essendo circondata da persone spesso incapaci di gestire le proprie. Mastandrea porta nella figura di Christophe un’eccentricità che nasce dalla sproporzione tra le sue ambizioni artistiche e la realtà quotidiana, mentre Riondino e Lidi completano il quadro attraverso caratteri e percorsi personali differenti. Anche la presenza di Alma Teresa Giardina contribuisce a mantenere visibile la dimensione più dolorosa della vicenda. Il rischio di una commedia costruita su personalità tanto accentuate è che i personaggi finiscano per essere definiti esclusivamente dai propri comportamenti bizzarri. Il coinvolgimento della giovane Elisa offre invece alla storia una ragione concreta per non esaurirsi nella successione delle situazioni comiche.
Tra libertà narrativa e qualche eccesso di scrittura
Il principale elemento di discussione riguarda la struttura del racconto. Le due ore di durata e la quantità di episodi surreali mettono alla prova la continuità della narrazione, soprattutto quando le deviazioni comiche sembrano prendere temporaneamente il sopravvento sulla vicenda di Cecilia ed Elisa. Zanasi sceglie deliberatamente una costruzione lontana dalla commedia tradizionale, nella quale ogni situazione prepara in maniera ordinata quella successiva. La scrittura, firmata dal regista insieme a Giacomo Ciarrapico e Michele Pellegrini, lascia spazio a personaggi secondari, incontri improbabili e gag che ampliano il mondo della storia. È una scelta coerente con il carattere dei protagonisti, ma comporta anche una minore compattezza del film. La libertà espressiva trova i risultati migliori quando le situazioni comiche fanno emergere qualcosa dei rapporti personali; convince meno quando l’accumulo degli episodi rischia di diventare fine a se stesso.

Rimane interessante il modo in cui il film affronta la responsabilità familiare senza ricorrere alla contrapposizione prevedibile tra genitori esemplari e adulti inaffidabili. Cecilia e i suoi ex compagni hanno commesso errori, hanno cambiato strada e continuano a prendere decisioni discutibili. La necessità di proteggere Elisa li costringe però a confrontarsi con qualcosa che non può essere risolto individualmente. La famiglia raccontata da Zanasi non coincide con un modello da difendere, ma con una rete di relazioni che acquista valore attraverso i comportamenti delle persone che ne fanno parte. In questa prospettiva, il film trova il suo nucleo più interessante nella distanza tra ciò che i protagonisti sono riusciti a costruire fino a quel momento e ciò che devono provare a diventare.
È andata così si inserisce così nel percorso di un regista che ha spesso raccontato personaggi in difficoltà nel rapporto con le aspettative sociali, da Non pensarci a Troppa grazia. La nuova commedia affida alla recitazione e all’imprevedibilità delle situazioni il compito di rendere accessibili questioni meno leggere, dalla precarietà economica alla crisi dei rapporti affettivi. L’abbondanza di trovate narrative può ridurre l’incisività di alcuni passaggi, ma il confronto tra la dimensione teatrale e quella familiare offre una chiave precisa per interpretare la storia. Il punto più interessante non riguarda la possibilità di cancellare gli errori commessi: è la responsabilità che ciascun personaggio decide di assumersi quando le conseguenze di quegli errori coinvolgono anche gli altri.
