Eli Roth porterà nei cinema italiani il 29 ottobre 2026 Ice Cream Man, il suo nuovo film horror distribuito da Midnight Factory, nel quale un misterioso venditore di gelati trasforma i bambini di una tranquilla cittadina americana in assassini pronti a scatenarsi contro gli adulti. Interpretato da Ari Millen nel ruolo del gelataio e scritto dal regista insieme a Noah Belson, il lungometraggio nasce da un’idea sviluppata oltre vent’anni fa, rimasta a lungo irrealizzata a causa dei contenuti giudicati eccessivamente violenti. Roth ha raccontato che il successo commerciale di Terrifier 3 e la nascita della sua società di produzione, The Horror Section, gli hanno finalmente permesso di portare sullo schermo una storia concepita durante gli anni di Cabin Fever. Il film, già uscito negli Stati Uniti nell’agosto 2026, arriverà quindi in Italia in prossimità di Halloween, proponendo una combinazione di splatter, commedia nera e horror familiare nella quale l’innocenza dell’infanzia diventa il principale strumento del terrore.

La premessa è tanto semplice quanto disturbante. In una cittadina apparentemente tranquilla, l’arrivo del furgoncino dei gelati rappresenta un appuntamento abituale dell’estate. I bambini riconoscono immediatamente la melodia, interrompono i giochi e si precipitano verso il venditore, mentre i genitori considerano quella presenza una componente innocua della vita di quartiere. Roth costruisce l’orrore proprio sulla familiarità di questo rituale, immaginando che i dolci distribuiti dal gelataio possano modificare il comportamento dei più piccoli fino a trasformarli in creature violente. Il risultato è un capovolgimento delle regole del cinema horror: gli adulti non devono proteggere i figli da un pericolo esterno, ma difendersi da quei bambini che fino a pochi istanti prima cercavano di tenere al sicuro.

Il gelataio di Ice Cream Man
Il gelataio di Ice Cream Man

Un’idea nata vent’anni fa: perché Hollywood considerava Ice Cream Man troppo estremo

Il progetto risale al periodo nel quale Eli Roth stava promuovendo Cabin Fever, il film del 2002 che aveva contribuito a imporlo come una delle figure emergenti dell’horror americano. Durante un’estate trascorsa negli Stati Uniti, il regista rimase colpito dalla vista di un camioncino dei gelati seguito da un gruppo di bambini. Quell’immagine gli ricordò l’infanzia, quando l’arrivo del venditore ambulante rappresentava un piccolo avvenimento capace di richiamare in strada tutti i ragazzi del quartiere.

Il ricordo si trasformò rapidamente in una possibilità narrativa. Che cosa accadrebbe se un gesto apparentemente innocente diventasse il mezzo attraverso il quale qualcuno riesce a controllare i bambini? Roth immaginò una sostanza distribuita attraverso i gelati, capace di modificare il comportamento di chi li mangia, e una melodia utilizzata per attivare impulsi violenti.

Il regista ha ricordato il momento nel quale quell’intuizione prese forma: «Così ho pensato: e se quella musica ti attivasse per uccidere, come un programma MKUltra? E se il gelataio… noi ci fidiamo di loro. Li vediamo, gli corriamo incontro e mangiamo il gelato, ma se mettessero qualcosa nel gelato che attiva i bambini a uccidere nel cuore della notte?».

La storia venne sviluppata insieme all’amico e sceneggiatore Noah Belson, ma per anni il progetto incontrò resistenze a causa della presenza di bambini coinvolti direttamente in scene di violenza estrema. Roth aveva immaginato un’escalation nella quale i più piccoli avrebbero cominciato ad aggredire i genitori, per poi rivolgere la propria furia contro insegnanti e altri adulti, trasformando progressivamente un’intera comunità in un territorio fuori controllo.

Ice Cream man
Ice Cream man

Una premessa del genere comportava difficoltà produttive e commerciali evidenti. Il cinema horror aveva già raccontato bambini assassini, possessioni e comunità minacciate dall’infanzia, ma Roth intendeva sviluppare il materiale attraverso un linguaggio particolarmente esplicito, senza attenuare gli aspetti più sgradevoli della vicenda.

La svolta è arrivata dopo il successo di Terrifier 3, uscito nel 2024, quando la buona risposta del pubblico a un horror indipendente estremamente sanguinoso ha dimostrato che esisteva spazio commerciale per produzioni capaci di superare i limiti abituali del genere. Roth ha interpretato quel risultato come la conferma che fosse finalmente possibile realizzare il film che aveva immaginato molti anni prima.

«Ho scritto una prima stesura con il mio amico Noah Belson, ma per anni la gente mi diceva ‘È troppo folle, non puoi farlo, è troppo violento’. Poi, dopo Terrifier 3, vedendo il successo di quel film al cinema con quel livello di violenza e dopo aver fondato la mia società, The Horror Section, ho capito che era giunto il momento».

Per il regista, Ice Cream Man rappresenta anche un ritorno alla libertà creativa che aveva caratterizzato i primi anni della carriera. Dopo aver lavorato a produzioni differenti per dimensioni e pubblico, Roth ha scelto di realizzare un horror privo delle restrizioni che spesso accompagnano i film destinati a una distribuzione più ampia. La sua intenzione è recuperare la brutalità di Hostel e The Green Inferno, affiancandola però a una componente comica particolarmente marcata.

Lo stesso regista ha definito il risultato in termini inequivocabili: «È il film più violento che abbia mai fatto, ma penso sia anche il più divertente».

Il vero terrore non è il gelataio: è scoprire che i propri figli possono diventare assassini

L’elemento più inquietante della premessa di Ice Cream Man non risiede nella quantità di sangue, ma nel rapporto tra genitori e bambini. Roth immagina una minaccia che interviene proprio nel luogo nel quale gli adulti credono di possedere il maggiore controllo: la famiglia. I figli, abitualmente destinatari della protezione, diventano improvvisamente soggetti dai quali difendersi, mentre il legame affettivo rende molto più difficile reagire alla violenza.

È una prospettiva che distingue il film da numerosi horror costruiti attorno a mostri o assassini esterni. Davanti a un aggressore sconosciuto, un adulto può tentare di fuggire, nascondersi o reagire. Quando la minaccia assume il volto del proprio figlio, ogni possibile scelta comporta un conflitto emotivo. Il pericolo non riguarda soltanto la sopravvivenza fisica, ma la possibilità che la relazione più importante venga trasformata in qualcosa di irriconoscibile.

Roth ha collegato questa idea anche alla propria esperienza di padre, spiegando che il film nasce dalla consapevolezza di non poter controllare completamente ciò che entra nella vita dei figli. L’educazione, l’attenzione e la presenza quotidiana non offrono una garanzia assoluta contro le influenze esterne.

Ice Cream man
Bambina inquietante in Ice Cream man

«Per me, che sono padre di una bambina bellissima, c’è questa sensazione di non poter proteggere i propri figli a prescindere da tutto. Non importa cosa insegniamo loro: qualcosa può arrivare nel quartiere, insinuarsi nella loro mente e rivoltarli contro di te. È una paura primordiale».

Il furgoncino dei gelati assume così un significato simbolico particolarmente efficace. Non è una presenza apertamente minacciosa, ma un elemento riconoscibile e rassicurante, associato ai pomeriggi estivi, alle vacanze e ai ricordi dell’infanzia. La fiducia dei bambini e quella dei genitori costituiscono la condizione stessa attraverso la quale il pericolo può diffondersi.

Anche il personaggio del gelataio è stato costruito seguendo questa logica. Roth non desiderava un assassino dall’aspetto immediatamente inquietante, ma una figura sorridente, cortese e apparentemente innocua. Il riferimento visivo era l’America rappresentata nelle illustrazioni di Norman Rockwell e sulle copertine del Saturday Evening Post, con i suoi quartieri residenziali ordinati e un’idea rassicurante della vita quotidiana.

Ari Millen, conosciuto soprattutto per Orphan Black, interpreta un personaggio che comunica principalmente attraverso l’espressione del volto e i movimenti. Roth ha spiegato di aver lavorato con l’attore sulla precisione dei gesti, sul sorriso e sull’atteggiamento del venditore, evitando di trasformarlo in una figura che suggerisca immediatamente la propria natura.

Il contrasto tra l’apparenza amichevole e le conseguenze dei suoi gesti diventa uno dei principali strumenti della paura. Il gelataio non deve convincere nessuno a fidarsi: è la familiarità della sua figura a rendere possibile l’inganno.

Bambini assassini sul set: come Eli Roth ha diretto i giovani interpreti

La presenza di numerosi attori bambini ha rappresentato una delle particolarità produttive più importanti del film. Roth ha dovuto coordinare interpreti molto giovani all’interno di sequenze costruite attorno a trucco prostetico, sangue finto ed effetti horror particolarmente espliciti. Il regista ha raccontato di aver affrontato il lavoro cercando di creare un ambiente nel quale i piccoli attori potessero distinguere chiaramente la finzione cinematografica dalle situazioni rappresentate.

Tra le protagoniste figura Charlie Storey, interprete di Piper, con la quale Roth aveva già collaborato in diverse occasioni. Il rapporto professionale preesistente gli ha permesso di conoscere anche la famiglia dell’attrice e di sviluppare un metodo di lavoro basato sulla fiducia reciproca. Accanto a lei compare Carina Battrick, che interpreta Marcella, mentre il gruppo dei giovani protagonisti comprende anche Kyriie Mairs, Charlie Zeltzer e Shiloh O’Reilly. Roth ha spiegato di aver cercato interpreti capaci di affrontare i personaggi con serietà, senza considerare la giovane età un limite alla complessità del lavoro richiesto.

Durante le riprese ha rivolto loro una domanda precisa, chiedendo se preferissero essere diretti come bambini oppure ricevere indicazioni simili a quelle riservate agli interpreti adulti. «Ho chiesto loro: ‘Volete che vi diriga come bambini o come adulti?’. Hanno risposto: ‘No, dirigici come adulti’. Gli ho detto: ‘Ok, vi dirigerò nello stesso modo in cui ho diretto Ana de Armas o Cate Blanchett’. Hanno adorato questo approccio». Per il regista, trattare i piccoli attori come professionisti ha contribuito a rendere più naturale il lavoro, anche nelle scene che richiedevano comportamenti estremi. Roth ha raccontato di aver utilizzato spesso riferimenti quotidiani e situazioni familiari per spiegare movimenti ed espressioni, evitando di chiedere ai bambini di immedesimarsi realmente nella violenza rappresentata.

Uno degli episodi più curiosi riguarda una scena particolarmente macabra, costruita attorno a un gruppo di bambini impegnati a estrarre finte viscere da un corpo. Una delle interpreti più giovani continuava a guardare verso la macchina da presa, rendendo difficile ottenere l’espressione desiderata. Roth ha trovato una soluzione attraverso un riferimento culinario, suggerendole di immaginare ciò che stava maneggiando come un piatto preparato dal padre.

Ice Cream man
Il gelataio di Ice Cream man

L’episodio mostra un aspetto spesso trascurato del cinema horror: la distanza tra l’immagine terrificante che appare sullo schermo e il lavoro pratico necessario per realizzarla. Trucco, oggetti di scena, effetti speciali e indicazioni registiche permettono di costruire situazioni estreme attraverso attività che, durante le riprese, possono assumere una dimensione quasi giocosa. Per Roth questa componente non rappresenta una contraddizione, ma una parte fondamentale del genere. L’horror può essere disturbante per gli spettatori proprio perché sul set viene progettato con precisione, trasformando materiali e movimenti controllati in immagini capaci di provocare reazioni molto forti.

Da Hitchcock a Dario Argento: perché la musica è fondamentale in Ice Cream Man

La colonna sonora occupa un ruolo centrale in Ice Cream Man, perché il suono è parte integrante del meccanismo attraverso il quale il terrore si diffonde. La melodia del furgoncino non è un semplice elemento di ambientazione, ma richiama i bambini e trasforma un segnale familiare in qualcosa di minaccioso.

Roth ha costruito questa dimensione musicale recuperando suggestioni provenienti dalla storia del cinema horror, a cominciare da Alfred Hitchcock e Gli uccelli. Il regista ha raccontato di aver utilizzato il brano tradizionale Risselty Rosselty, presente nel film del 1963, modificandone il testo e realizzandone una nuova versione cantata da bambini.

La scelta richiama direttamente il contrasto tra innocenza e minaccia sul quale si fonda il progetto. Una canzone infantile può diventare molto più inquietante di una musica apertamente spaventosa quando accompagna immagini di violenza, perché produce uno scarto tra ciò che l’ascoltatore si aspetta e quanto sta realmente accadendo.

Eli Roth
Eli Roth (Ice Cream man)

Il riferimento a Hitchcock non rappresenta però l’unica influenza. Roth ha ricordato anche Ma come si può uccidere un bambino?, il film spagnolo diretto da Narciso Ibáñez Serrador nel 1976, nel quale un’isola apparentemente tranquilla diventa il luogo di una minaccia legata proprio ai più piccoli. La visione di quell’opera aveva inizialmente scoraggiato il regista americano, convinto che fosse difficile sviluppare una storia altrettanto efficace utilizzando una premessa simile.

A distanza di molti anni, Roth ha deciso di affrontare ugualmente il progetto, cercando una propria identità narrativa. La scelta di puntare sulla figura del gelataio e sulla combinazione tra brutalità e ironia permette al film di differenziarsi dalle opere che lo hanno ispirato, pur conservando un rapporto evidente con la tradizione del cinema horror europeo.

Una delle collaborazioni più significative riguarda Ennio Morricone. Roth ha spiegato di aver utilizzato una composizione del maestro italiano tratta da L’uccello dalle piume di cristallo, il film d’esordio di Dario Argento del 1970. La particolare sonorità del brano, costruita anche attraverso voci dalle caratteristiche infantili, si è rivelata particolarmente adatta alle immagini del nuovo horror.

«Ho preso la musica da Gli Uccelli, ma anche Ennio Morricone da L’uccello dalle piume di cristallo… quel motivetto ‘la la la’. Quella voce in falsetto è così infantile e innocente, e ovviamente Dario Argento è uno dei miei eroi di sempre».

Il regista ha raccontato di aver montato una scena utilizzando inizialmente il brano di Morricone come riferimento, rendendosi poi conto che nessuna nuova composizione avrebbe prodotto lo stesso effetto. La produzione ha quindi contattato la famiglia del compositore, ottenendo l’autorizzazione a utilizzare la musica nel film.

È un omaggio significativo alla tradizione del giallo italiano, nella quale il contrasto tra melodie apparentemente innocenti e immagini disturbanti ha rappresentato uno degli strumenti più efficaci per costruire la tensione.

Snoop Dogg firma la musica dell’orrore: la collaborazione inattesa con Eli Roth

Accanto ai riferimenti classici, Ice Cream Man introduce una collaborazione decisamente meno prevedibile con Snoop Dogg. Il rapper americano ha contribuito alla colonna sonora con brani originali, partecipando a una costruzione musicale che combina influenze horror, sonorità contemporanee e un gusto volutamente ironico.

Roth ha spiegato che Snoop Dogg ha lavorato in particolare alla musica di alcune sequenze d’azione, contribuendo a definire il ritmo e l’identità di momenti nei quali la violenza assume un andamento quasi spettacolare. Il suo intervento non si limita quindi alla presenza di un brano nei titoli di coda, ma riguarda direttamente alcune scene del film.

Tra le composizioni realizzate figura anche You Scream, I Scream, We Scream Ice Cream, una canzone che utilizza il tradizionale gioco di parole associato al gelato per trasformarlo in un riferimento alla dimensione horror della storia. Il contributo del rapper si affianca al lavoro di Brandon Roberts, compositore coinvolto nella realizzazione della colonna sonora originale. Roth ha raccontato di aver cercato una musica capace di evocare il mondo dell’infanzia senza rinunciare alla componente disturbante, costruendo un insieme di melodie riconoscibili e sonorità che possono cambiare significato a seconda delle immagini.

La colonna sonora diventa così una delle caratteristiche attraverso le quali Ice Cream Man cerca di distinguersi, utilizzando riferimenti apparentemente lontani tra loro ma accomunati dalla capacità di produrre contrasti emotivi. Hitchcock, Morricone e Snoop Dogg appartengono a tradizioni musicali e cinematografiche differenti, ma nel film contribuiscono allo stesso obiettivo: rendere imprevedibile ciò che il pubblico sta ascoltando. Per Roth, la musica è una componente fondamentale della regia, perché permette di modificare radicalmente la percezione di una scena. Un’immagine violenta accompagnata da una melodia rassicurante può risultare più disturbante della stessa immagine sostenuta da una composizione apertamente minacciosa. È su questa possibilità che il regista ha costruito una parte importante dell’identità sonora del nuovo film.

Ice Cream Man avrà un sequel? Eli Roth pensa già a un universo horror

Il futuro di Ice Cream Man potrebbe non esaurirsi con il film in uscita nelle sale italiane il 29 ottobre. Eli Roth ha confermato di aver immaginato un universo narrativo potenzialmente espandibile, nel quale la figura del gelataio e le conseguenze dei suoi interventi potrebbero offrire materiale per ulteriori storie.

La possibilità di realizzare un sequel dipenderà però soprattutto dalla risposta commerciale del pubblico. Al momento non esiste l’annuncio di un secondo capitolo, né sono stati comunicati eventuali piani produttivi concreti per proseguire la vicenda. Roth ha spiegato la propria posizione senza lasciare dubbi: «Dipende interamente dal pubblico. Se le persone andranno al cinema a vederlo, mi piacerebbe molto continuare la storia. Se non lo vedrà nessuno, allora sarà la fine dell’Ice Cream Man».

Ice Cream man
La bambina di Ice Cream man

La dichiarazione conferma la volontà del regista di sviluppare il progetto attraverso una logica indipendente, nella quale la possibilità di proseguire dipende dalla capacità di attirare spettatori interessati a un horror estremo. La nascita di The Horror Section rappresenta anche il tentativo di costruire uno spazio produttivo dedicato a film che difficilmente troverebbero collocazione all’interno dei modelli più tradizionali di Hollywood.

La premessa narrativa di Ice Cream Man permette effettivamente di immaginare ulteriori sviluppi. Un personaggio capace di trasformare bambini apparentemente innocenti in assassini potrebbe intervenire in contesti e comunità differenti, modificando ogni volta le dinamiche attraverso le quali la minaccia si diffonde. Ma l’efficacia di un eventuale franchise dipenderà dalla capacità di non ridurre l’idea originaria a una semplice ripetizione di omicidi sempre più spettacolari. Il punto di forza della storia rimane infatti il rapporto tra fiducia e pericolo. Il gelataio è inquietante perché appare innocuo, mentre i bambini diventano terrificanti proprio perché nessuno è preparato a considerarli una minaccia. Se queste caratteristiche venissero sostituite esclusivamente dalla ricerca di una violenza sempre maggiore, il rischio sarebbe perdere ciò che rende la premessa così riconoscibile.

Ice Cream Man al cinema dal 29 ottobre: il ritorno di Eli Roth all’horror senza compromessi

Con Ice Cream Man, Eli Roth torna a una concezione dell’horror costruita attorno al desiderio di provocare una reazione fisica nello spettatore. Il regista non nasconde l’intenzione di realizzare un film eccessivo, capace di alternare disgusto e divertimento attraverso situazioni che superano deliberatamente il confine del buon gusto. La differenza rispetto ad alcuni lavori precedenti riguarda soprattutto la natura della minaccia. In Hostel, la violenza nasceva da un sistema organizzato nel quale gli esseri umani venivano trasformati in oggetti da torturare. In Cabin Fever, il pericolo si diffondeva attraverso una malattia capace di distruggere il corpo e i rapporti tra i personaggi. In Ice Cream Man, invece, il terrore emerge dall’interno delle famiglie, sfruttando la fiducia che gli adulti ripongono nei propri figli e nelle figure apparentemente rassicuranti della comunità.

Scena splatter in Ice Cream man
Scena splatter in Ice Cream man

Il risultato è un’idea che possiede una dimensione psicologica riconoscibile anche oltre la spettacolarità delle uccisioni. La paura di non riuscire a proteggere un figlio, o di scoprire che qualcosa di esterno possa modificarne radicalmente il comportamento, appartiene a un’esperienza emotiva molto più ampia di quella rappresentata dal cinema horror. Roth porta questa inquietudine alle conseguenze più estreme, trasformandola in una storia che utilizza il linguaggio splatter per rendere visibile una perdita di controllo assoluta.

L’arrivo nelle sale italiane a ridosso di Halloween colloca inoltre il film in un periodo particolarmente favorevole per le produzioni horror. Midnight Factory distribuirà il lungometraggio dal 29 ottobre 2026, proponendo al pubblico un’opera che ha già trovato una prima distribuzione negli Stati Uniti e che si rivolge soprattutto agli spettatori interessati al cinema di genere più esplicito. La presenza di Ari Millen, il lavoro con i giovani interpreti e le collaborazioni musicali contribuiscono a definire un progetto nel quale Roth ha cercato di concentrare molte delle influenze che hanno accompagnato la sua carriera. Dalla tradizione del giallo italiano al cinema di Hitchcock, passando per lo splatter contemporaneo e la musica hip-hop, Ice Cream Man costruisce la propria identità attraverso un insieme di riferimenti trasformati in una premessa volutamente folle.

Resta naturalmente da distinguere l’ambizione dichiarata dal regista dall’effettiva riuscita del film. La quantità di violenza, da sola, non garantisce necessariamente un horror efficace, così come la presenza di un’idea originale non basta a sostenere un racconto cinematografico. Ma la scelta di Roth di riprendere un progetto concepito oltre vent’anni prima dimostra quanto fosse legato a questa particolare storia, e quanto il successo recente dell’horror indipendente abbia modificato le possibilità produttive del genere. Il vero motivo di interesse, tuttavia, rimane quella semplice immagine estiva dalla quale tutto è cominciato: un furgoncino che attraversa lentamente un quartiere, una melodia riconoscibile e un gruppo di bambini che corre incontro al gelataio. Eli Roth non ha avuto bisogno di inventare un mostro dall’aspetto terrificante. Gli è bastato immaginare che una delle presenze più innocenti dell’infanzia potesse nascondere qualcosa capace di distruggere un’intera famiglia.