La valle dell’Eden arriva su Netflix dal 1° ottobre con una nuova trasposizione televisiva firmata da Zoe Kazan, nipote di quell’Elia Kazan che nel 1955 portò il romanzo di John Steinbeck al cinema. Sette episodi, Florence Pugh nel ruolo decisivo di Cathy Ames e un'ambizione evidente: tornare alla saga dei Trask senza inseguire il film del passato, ma provando a restituire respiro, generazioni e conflitti morali a una storia troppo vasta per essere racchiusa in due ore. Il risultato è una serie elegante, cupa e spesso potentissima, che trova proprio nella sua scelta più discutibile - rendere Cathy più comprensibile - il motivo principale per cui vale la pena discuterne.

C'è infatti qualcosa di inevitabilmente temerario nel mettere nuovamente mano a La valle dell'Eden. Non soltanto perché Steinbeck costruì un romanzo enorme per dimensioni e stratificazione, ma perché dietro la vicenda dei Trask c'è un'idea quasi biblica dell'essere umano. Padri e figli, fratelli destinati a cercarsi e ferirsi, colpa, libero arbitrio, desiderio d'amore e quella domanda che attraversa tutta la storia: quanto di ciò che siamo è già scritto e quanto, invece, possiamo ancora scegliere? Zoe Kazan comprende perfettamente che è questo il vero terreno sul quale giocare.

La valle dell'Eden non vuole imitare il film di Elia Kazan

La serie fa una scelta fondamentale fin dall'inizio: non partire dal segmento della storia reso immortale dal film del 1955 e da James Dean, ma tornare indietro. Molto indietro. Prima di Caleb e Aron ci sono Adam e Charles Trask, cresciuti sotto il peso di un padre severo, Cyrus, e legati da un rapporto nel quale affetto, risentimento e bisogno di approvazione convivono continuamente. Adam possiede l'ingenuità di chi continua a immaginare il bene anche quando non ne avrebbe motivo. Charles reagisce al mondo in maniera più istintiva, aggressiva, quasi animale. È già Caino e Abele, ma non ancora nella forma attraverso la quale la cultura popolare ha imparato a conoscere La valle dell'Eden. Poi arriva Cathy Ames.

La valle dell’Eden

E da quel momento la storia cambia natura. Adam vede in quella giovane donna ferita ciò che desidera vedere. Charles avverte qualcosa di diverso, un elemento opaco che non riesce a ignorare. La loro traiettoria finirà per condurre il racconto verso la California e la Salinas Valley, dove il sogno di costruire un nuovo Eden familiare dovrà fare i conti con tutto ciò che i personaggi hanno cercato inutilmente di lasciarsi alle spalle. È uno dei meriti maggiori della serie: far percepire la storia come qualcosa che si eredita.

Le generazioni cambiano. Le dinamiche, molto meno. Quando nasceranno Caleb e Aron, il conflitto tra fratelli tornerà sotto una forma nuova. Gli errori dei genitori diventeranno il terreno sul quale cresceranno quelli dei figli. E ciò che sembrava passato continuerà a esercitare la propria forza.

Florence Pugh è una Cathy Ames diversa. Ed è qui che la serie rischia davvero

La grande decisione di Zoe Kazan riguarda però Cathy. Nel romanzo di Steinbeck il personaggio possiede qualcosa di spaventoso proprio perché sfugge alle categorie psicologiche attraverso le quali siamo abituati a spiegare le persone. La sua crudeltà non chiede necessariamente un'origine, una ferita primordiale o una giustificazione. Cathy appartiene quasi alla dimensione simbolica del racconto. È il male che entra nella storia senza bisogno di bussare.

La valle dell’Eden

La serie Netflix non accetta completamente questa idea. Alla Cathy interpretata da Florence Pugh viene attribuito un passato traumatico, segnato dalla violenza e dal rapporto con il padre. Zoe Kazan cerca dunque una genealogia anche per la sua oscurità. Non significa trasformarla semplicemente in una vittima, ma inevitabilmente sposta il personaggio: ciò che nel romanzo appariva assoluto diventa conseguenza, ciò che era mistero acquisisce una possibile spiegazione.

È una scelta molto contemporanea e, allo stesso tempo, quella sulla quale l'adattamento rischia maggiormente di perdere qualcosa di Steinbeck. Perché spiegare Cathy significa inevitabilmente ridurre quella sensazione disturbante che nasceva proprio dall'impossibilità di spiegarla.

Florence Pugh impedisce però al personaggio di diventare innocuo

Fortunatamente c'è Florence Pugh. Ed è difficile immaginare un'attrice più adatta a sostenere questa reinterpretazione. Pugh lavora continuamente sulla distanza tra ciò che Cathy mostra e ciò che Cathy è. Può sembrare fragile senza esserlo, seducente senza abbandonarsi, terrorizzata mentre sta già studiando la persona che ha davanti. La sua forza non sta nei grandi cambiamenti esteriori, ma nelle variazioni minime. Un sorriso può essere un'arma. Una pausa può diventare una minaccia.

La valle dell’Eden

La sua Cathy recita continuamente, anche quando nessuno le ha chiesto di farlo. È proprio questa qualità a salvare il personaggio dal rischio di essere ricondotto alla più semplice formula della vittima diventata carnefice. Pugh conserva qualcosa di indecifrabile, una freddezza che continua ad affiorare anche quando la sceneggiatura prova a offrirci le chiavi per comprenderla. La conseguenza è evidente: ogni volta che Cathy entra nella storia, La valle dell'Eden sembra improvvisamente acquistare maggiore tensione. È il personaggio attorno al quale gravita l'intero adattamento.

Una serie sontuosa che ha bisogno di sembrare grande

Visivamente Netflix non affronta Steinbeck con prudenza. La ricostruzione dell'America tra Ottocento e Novecento è ricchissima, sostenuta da scenografie, costumi e fotografia che cercano deliberatamente una dimensione cinematografica. La Nuova Zelanda diventa California, le distese della Salinas Valley acquistano il peso di un territorio quasi mitologico e gli spazi sembrano continuamente raccontare qualcosa dei personaggi che li attraversano.

Non è semplice ostentazione produttiva. La valle dell'Eden necessita di questa grandezza perché la famiglia Trask è soltanto la superficie di una storia che vuole parlare dell'uomo. Il paesaggio deve quindi sembrare più vasto delle persone, quasi indifferente alle loro tragedie. È un'America ancora capace di promettere una nuova vita e contemporaneamente già piena dei fantasmi della precedente. Da questo punto di vista la serie possiede una sicurezza visiva notevole. Il problema arriva quando deve comprimere l'enorme quantità di materia narrativa disponibile.

La valle dell’Eden

Sette episodi sono molti per un film. Pochissimi per Steinbeck

Zoe Kazan guadagna spazio rispetto all'adattamento cinematografico, ma sette episodi rimangono pochi davanti alla vastità del romanzo. La conseguenza sono inevitabili sacrifici. Il peso degli Hamilton viene ridimensionato, diverse ramificazioni scompaiono e alcuni segmenti vengono condensati per permettere alla storia di attraversare più generazioni. Soprattutto nella gestione del tempo, questa necessità diventa visibile. Alcuni salti sono bruschi.

La serie arriva correttamente alle tappe fondamentali, ma non sempre riesce a far sentire tutto ciò che è accaduto fra una tappa e l'altra. La sensazione è che, in determinati momenti, il racconto debba improvvisamente accelerare perché una saga molto più grande sta premendo contro i confini della miniserie. È il limite strutturale più evidente dell'adattamento. Non compromette il risultato, ma ricorda costantemente quale impresa impossibile sia racchiudere Steinbeck dentro qualsiasi durata prestabilita.

Hoon Lee diventa silenziosamente uno dei protagonisti migliori

Se Florence Pugh domina inevitabilmente l'attenzione, la sorpresa più preziosa arriva però da Hoon Lee. Il suo Lee cresce progressivamente all'interno della serie fino a diventare molto più di una figura al servizio della famiglia Trask. È osservatore, coscienza, interprete degli altri e, soprattutto, uomo che ha imparato quanto possa essere necessario indossare una maschera per essere accettati dal mondo.

Proprio attraverso Lee la serie raggiunge alcune delle riflessioni più profonde del romanzo. Ed è attraverso di lui che torna una parola fondamentale: timshel. “Tu puoi”. Due parole che contengono buona parte dell'idea morale di La valle dell'Eden: l'essere umano non è obbligato a diventare ciò che il passato, la famiglia o la propria natura sembrerebbero aver deciso per lui. Possiamo scegliere. Forse.

La valle dell’Eden

È proprio quel margine di libertà a rendere il conflitto tra bene e male interessante, perché senza scelta non esisterebbe responsabilità. Ed è anche per questo che la reinterpretazione di Cathy rimane così controversa: attribuirle una causa significa rendere più comprensibile il suo percorso, ma rischia contemporaneamente di ridurre la radicalità della domanda posta da Steinbeck.

Un cast quasi impeccabile, con qualche squilibrio

Accanto a Pugh e Hoon Lee c'è un cast di livello altissimo. Mike Faist costruisce un Charles nervoso e imprevedibile, meno brutalmente elementare e più instabile. Ciarán Hinds regala a Samuel Hamilton un'energia fondamentale per alleggerire alcune delle tonalità più scure della storia, mentre Martha Plimpton, pur avendo uno spazio limitato nei panni di Faye, riesce a lasciare un segno netto.

Più problematica la scelta interpretativa di Christopher Abbott per Adam Trask. La sua immobilità emotiva ha certamente una logica: Adam deve possedere qualcosa di spento, un idealismo che progressivamente si trasforma in incapacità di reagire alla realtà. Ma la misura rimane talvolta troppo uniforme e finisce per togliere energia ad alcune sequenze nelle quali il personaggio dovrebbe diventare il centro emotivo del racconto. Sono però imperfezioni che non incrinano la qualità complessiva dell'ensemble.

La valle dell'Eden funziona quando smette di inseguire Steinbeck

Il paradosso di questo adattamento è che i suoi momenti migliori arrivano quando accetta definitivamente di non poter essere il romanzo. La serie non possiede la vastità narrativa di Steinbeck e non può conservarne tutte le digressioni, i personaggi e la complessità storica. Ma quando rinuncia all'illusione di riprodurre tutto e trova una propria prospettiva, diventa molto più interessante. Zoe Kazan non realizza una copia rispettosa. Realizza una discussione con il testo originale. A volte vince lei. A volte Steinbeck sembra ancora avere argomenti migliori.

La valle dell’Eden

La trasformazione di Cathy è l'esempio perfetto: psicologicamente più leggibile, probabilmente più vicina alla sensibilità contemporanea, ma meno terrificante proprio perché privata di una parte della sua inspiegabilità. È una perdita.

Ma è anche ciò che rende questo nuovo La valle dell'Eden un'opera capace di provocare una conversazione invece di limitarsi a illustrare un classico. E poi c'è Florence Pugh, che prende quella Cathy reinterpretata, ammorbidita sulla carta, e riesce comunque a restituirle veleno. Alla fine è forse questa la migliore misura del successo della serie. Non sostituisce Steinbeck. Non potrebbe. Ma riesce a far venire voglia di tornare da lui.