L’albero di Molto Lontano arriva nei cinema italiani dall’8 ottobre con Notorious Pictures, portando per la prima volta in un grande live action contemporaneo l’universo fantastico creato da Enid Blyton alla fine degli anni Trenta. Diretto da Ben Gregor e sceneggiato da Simon Farnaby, il film affida ad Andrew Garfield e Claire Foy il ruolo dei genitori di tre bambini costretti ad abbandonare la propria esistenza iperconnessa per trasferirsi nella campagna inglese, dove scopriranno un albero capace di condurli verso mondi impossibili. L’idea è semplice e, almeno sulla carta, perfetta per un family movie: contrapporre smartphone, Wi-Fi e isolamento digitale alla riscoperta dell’avventura, della natura e dell’immaginazione. Il problema è che un film costruito proprio sulla necessità di tornare a fantasticare finisce paradossalmente per affidarsi quasi sempre a immagini, morali e meccanismi che il cinema per ragazzi ha già percorso molte volte. Il risultato è gradevole per i più piccoli, sostenuto da un buon cast e da una produzione visivamente generosa, ma troppo accomodante e prevedibile per diventare davvero quella fiaba capace di coinvolgere insieme bambini e adulti. Il film dura 110 minuti ed è diretto da Ben Gregor, mentre Farnaby arriva alla sceneggiatura dopo lavori come Paddington 2 e Wonka.

Trasportare nel 2026 un'opera nata nel 1939 comportava inevitabilmente una scelta. Conservare integralmente il mondo di Blyton avrebbe rischiato di trasformarlo in un oggetto nostalgico, distante dall'esperienza dei bambini contemporanei; aggiornarlo significava invece trovare un equivalente moderno di quella stessa necessità di evasione. Farnaby sceglie la strada più evidente: i Thompson sono una famiglia consumata dalla connessione permanente, abituata a vivere attraverso schermi e comodità fino a quando una crisi li costringe a lasciare Londra per una casa nella campagna inglese priva delle certezze tecnologiche alle quali si erano affidati. Il conflitto è immediatamente leggibile e non ha bisogno di grandi spiegazioni. Il guaio è che il film continua a spiegarlo comunque, insistendo così tanto sulla contrapposizione tra tecnologia e meraviglia da trasformare progressivamente una premessa potenzialmente delicata in una morale sottolineata con l'evidenziatore.

L'Albero di molto lontano

Un mondo fantastico che sembra già appartenere ai nostri ricordi

Tim e Polly Thompson arrivano in campagna con Beth, Joe e Fran cercando un nuovo inizio che soltanto gli adulti sembrano inizialmente disposti ad accettare. Polly, interpretata da Claire Foy, proviene da una professione legata alla tecnologia, mentre il Tim di Andrew Garfield è il padre più incline a inseguire una vita differente, anche attraverso progetti improbabili e un entusiasmo che il resto della famiglia non sempre condivide. I figli più grandi percepiscono il trasferimento come una punizione, privati improvvisamente di connessione e abitudini cittadine, mentre è la piccola Fran a lasciarsi incuriosire per prima dal bosco che circonda la proprietà. Ed è proprio lì che la realtà comincia finalmente ad aprirsi: un'enorme quercia secolare custodisce creature eccentriche e un passaggio verso terre fantastiche che cambiano continuamente, trasformando ciò che appariva come un esilio rurale nell'accesso a una dimensione completamente nuova. La sinossi ufficiale conferma questa struttura e presenta l'Albero come un microcosmo abitato da personaggi come Silky, Moonface e Saucepan Man, con mondi differenti raggiungibili dalle sue fronde.

È qui che L'albero di Molto Lontano dovrebbe spalancarsi. Il materiale di Blyton offre praticamente un invito all'invenzione senza limiti: mondi che possono cambiare, creature dalle regole assurde, luoghi capaci di funzionare secondo logiche infantili e quindi libere dalla necessità di essere razionali. Eppure il film sceglie quasi sempre una fantasia già codificata. Il riferimento a Il mago di Oz non rimane una suggestione lontana ma diventa spesso una grammatica riconoscibile, dalle atmosfere coloratissime a una certa inclinazione musicale, passando per personaggi eccentrici costruiti secondo modelli che sembrano provenire da decenni di fantasy familiare. Non c'è nulla di sbagliato nel dialogare con un classico, soprattutto considerando che Oz e i libri di Blyton appartengono allo stesso grande territorio dell'immaginazione infantile, ma il problema nasce quando l'omaggio prende il posto dell'invenzione.

L'Albero di molto lontano

Il film parla continuamente della capacità di stupirsi, ma raramente riesce a stupire davvero. Le scenografie sono elaborate, i colori esplodono sullo schermo e le creature sono pensate per conquistare immediatamente il pubblico più giovane, ma dietro questa abbondanza visiva manca spesso quella sensazione fondamentale per qualsiasi buon fantasy: l'impressione che dietro l'angolo possa accadere qualcosa che non siamo già in grado di prevedere. Gregor mette in scena il fantastico con professionalità, ma senza imprimergli una personalità abbastanza forte da trasformare i mondi attraversati dai protagonisti in luoghi che possano davvero restare nella memoria.

Il problema non è essere un film per bambini, ma parlare soltanto a loro

Sarebbe però ingeneroso criticare L'albero di Molto Lontano perché sceglie apertamente il pubblico infantile. Un family movie non ha alcun obbligo di costruire una seconda lettura sofisticata per gli adulti e i bambini più piccoli potrebbero trovare moltissimo da amare nelle creature, nei colori e nell'idea di arrampicarsi su un albero per scoprire ogni volta un universo differente. La difficoltà nasce piuttosto dal fatto che i migliori esempi del genere riescono a essere semplici senza diventare semplicistici. Paddington, Wonka o buona parte dell'animazione contemporanea dimostrano che si può raccontare una storia perfettamente comprensibile a un bambino conservando allo stesso tempo ironia, malinconia e complessità sufficienti per coinvolgere chi bambino non è più.

Qui quella doppia profondità arriva soltanto a tratti. La sceneggiatura insiste sulla dipendenza tecnologica con una precisione quasi scolastica: i ragazzi devono imparare che esiste qualcosa oltre lo schermo, i genitori devono ricostruire un rapporto più autentico con i figli e la famiglia deve scoprire che stare insieme è più importante delle comodità alle quali era abituata. Sono messaggi condivisibili, perfino necessari in un momento nel quale l'infanzia digitale rappresenta una delle grandi questioni educative contemporanee, ma un messaggio giusto non diventa automaticamente una storia interessante. Quando ogni passaggio sembra esistere per ribadire la stessa lezione, la magia finisce lentamente schiacciata dalla pedagogia.

L'Albero di molto lontano

È un peccato soprattutto perché il paradosso contenuto nella premessa avrebbe potuto produrre qualcosa di molto più ricco. La tecnologia non è soltanto il nemico della fantasia e il bosco non è automaticamente uno spazio di autenticità; sarebbe stato interessante vedere il film interrogarsi davvero sul rapporto tra i due mondi, anziché organizzare una partita nella quale sappiamo fin dall'inizio quale parte debba vincere. Il trasferimento dei Thompson avrebbe potuto diventare il terreno per raccontare il disagio autentico di bambini privati della propria quotidianità, l'isolamento, la difficoltà di costruire nuovi legami e persino il modo in cui la fantasia può diventare una forma di elaborazione del cambiamento. Il racconto preferisce invece una traiettoria molto più rassicurante, nella quale ogni ostacolo conduce con grande precisione alla lezione successiva.

Andrew Garfield e Claire Foy danno calore a una storia troppo accomodante

Dove il film riesce a trovare maggiore spontaneità è nel cast. Andrew Garfield e Claire Foy possiedono un'alchimia naturale che permette loro di rendere credibile la coppia anche quando la sceneggiatura li costringe dentro passaggi eccessivamente zuccherosi. Garfield sfrutta bene la propria capacità di alternare vulnerabilità e comicità, costruendo un padre eccentrico che potrebbe facilmente diventare una macchietta e riuscendo invece a conservarne una certa umanità, mentre Foy offre alla madre una concretezza utile a impedire che l'intera famiglia venga trascinata nel tono favolistico. Anche i tre giovani protagonisti funzionano, soprattutto quando il film smette di chiedere loro di rappresentare schematicamente “i bambini dipendenti dalla tecnologia” e permette ai loro caratteri di emergere attraverso l'avventura.

Attorno alla famiglia si muove inoltre un cast secondario particolarmente ricco, nel quale figurano Nicola Coughlan, Jessica Gunning, Nonso Anozie e Rebecca Ferguson, interpreti che contribuiscono a dare volto agli abitanti e alle figure incontrate nel mondo dell'Albero. È proprio osservando questa quantità di talento che emerge però un'altra occasione mancata: molti personaggi fantastici rimangono soprattutto funzioni colorate della storia, eccentrici quanto basta per attirare l'attenzione ma raramente dotati di quella specificità capace di trasformarli in figure iconiche. Il cinema fantastico vive anche di incontri che sembrano poter continuare a esistere fuori dal film; qui, invece, la maggior parte delle creature sembra dissolversi non appena la scena termina.

L'Albero di molto lontano

Ben Gregor accompagna tutto con una regia corretta e leggibile, pensata evidentemente per non creare ostacoli alla fruizione dei più piccoli, ma questa prudenza diventa progressivamente uno dei limiti principali dell'opera. La macchina da presa registra mondi che avrebbero bisogno di essere reinventati visivamente, mentre l'avventura procede secondo un'organizzazione così ordinata da ridurre il senso del pericolo. Persino quando la famiglia rischia di perdere qualcosa o di rimanere intrappolata, la sensazione è che il racconto non sia mai davvero disposto a mettere i protagonisti in una situazione emotivamente difficile. La posta in gioco rimane contenuta, il conflitto viene continuamente addolcito e la progressione drammatica fatica quindi ad accumulare quella tensione necessaria perché il finale sembri realmente conquistato.

La fantasia c'è, ma manca il coraggio di perdersi davvero

Il limite più evidente di L'albero di Molto Lontano può essere riassunto proprio nell'immagine che ne costituisce il centro. Un albero magico dovrebbe suggerire ramificazioni infinite, strade che non sappiamo dove conducano e mondi nei quali sia possibile perdersi. Il film, al contrario, sembra conoscere sempre perfettamente la destinazione. Ogni avventura possiede una funzione, ogni incontro conduce a una morale e ogni deviazione finisce per riportare la famiglia verso il tema stabilito in partenza. È una fiaba che invita i personaggi ad abbandonare il controllo mentre lei stessa non perde mai il controllo di nulla.

Questo non rende l'operazione fallimentare. Per bambini abbastanza piccoli da incontrare per la prima volta questo tipo di immaginario, il film può funzionare come un'avventura vivace e accessibile, ricca di colori, personaggi curiosi e un messaggio familiare immediato. E l'importanza dei romanzi di Enid Blyton, pubblicati a partire dal 1939, rende comprensibile il tentativo di presentarli a una generazione cresciuta in condizioni completamente diverse. Il progetto nasce esplicitamente come grande adattamento family della serie The Magic Faraway Tree, con la volontà di reinterpretare per il cinema contemporaneo un universo letterario dalla lunghissima storia.

L'Albero di molto lontano

Ma proprio perché parte da un materiale che considera l'immaginazione una forza capace di aprire mondi, sarebbe stato legittimo aspettarsi maggiore audacia. Il cinema per famiglie non ha bisogno di essere rassicurante in ogni momento e soprattutto non dovrebbe temere di lasciare alcune cose inspiegate. I bambini accettano l'assurdo molto meglio degli adulti, forse perché non hanno ancora imparato a chiedere a ogni elemento narrativo di essere utile. L'albero di Molto Lontano avrebbe potuto sfruttare questa libertà e diventare un film più strano, imprevedibile, persino leggermente inquietante. Preferisce invece trasformare il meraviglioso in uno strumento educativo perfettamente ordinato.

Rimane così un'avventura confezionata con cura, interpretata con simpatia e probabilmente capace di intrattenere il pubblico al quale si rivolge più direttamente, ma incapace di lasciare quell'impressione di aver visitato davvero un posto impossibile. In un film che vuole insegnarci a staccare gli occhi dagli schermi per tornare a immaginare, la vera occasione mancata è proprio questa: avrebbe avuto bisogno di molta più immaginazione.