Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction, è stata inserita tra le 25 donne più influenti della televisione internazionale nel 2026, in una selezione che comprende le principali responsabili delle strategie editoriali e industriali di Netflix, Disney+, Apple TV, BBC e dei maggiori gruppi audiovisivi mondiali. Il riconoscimento arriva alla vigilia del MIPCOM di Cannes, in programma dal 12 al 15 ottobre, in una fase di profonda trasformazione dell’intrattenimento televisivo. La selezione, pubblicata da The Hollywood Reporter, considera il potere decisionale delle dirigenti, la loro capacità di finanziare e commissionare produzioni e i risultati ottenuti negli ultimi dodici mesi. Accanto ad Ammirati figurano personalità come Carolyn McCall di ITV, Minyoung Kim di Netflix, Jay Hunt di Apple TV, Carol Choi di Disney e Mo Abudu di EbonyLife Media, protagoniste di un settore costretto a ridefinire il proprio modello economico sotto la pressione dello streaming, dell’intelligenza artificiale e delle grandi concentrazioni societarie. Il dato più significativo non riguarda soltanto la presenza italiana in un gruppo di dirigenti di primo piano, ma la crescente importanza delle decisioni editoriali in un mercato nel quale la competizione non si misura più esclusivamente attraverso gli ascolti televisivi, bensì attraverso la capacità di produrre storie riconoscibili e distribuirle a un pubblico internazionale.
La fotografia dell’industria televisiva nel 2026 racconta un cambiamento che interessa contemporaneamente la struttura delle aziende, il modo di finanziare le produzioni e il rapporto con gli spettatori. Le piattaforme globali cercano contenuti capaci di attraversare confini linguistici e culturali, mentre le emittenti tradizionali devono sostenere costi crescenti e confrontarsi con abitudini di consumo sempre più frammentate. In questo contesto, la concentrazione delle risorse economiche diventa uno strumento per affrontare la concorrenza, ma introduce anche interrogativi sulla diversità delle produzioni e sulla possibilità di continuare a investire in racconti originali. La proposta di acquisizione delle attività televisive e streaming di ITV da parte di Sky, valutata circa 1,6 miliardi di sterline, e l’aggregazione tra Banijay e All3Media, dal valore indicato di circa 8 miliardi di dollari, rappresentano due esempi delle dimensioni raggiunte dal processo di consolidamento. La televisione sta diventando un’industria nella quale la grandezza delle strutture conta sempre di più, ma il successo continua a dipendere da qualcosa che non può essere garantito semplicemente attraverso un investimento: la capacità di conquistare l’attenzione del pubblico.
Maria Pia Ammirati tra le protagoniste mondiali: Rai Fiction difende il valore della creatività umana
La presenza di Maria Pia Ammirati nella selezione internazionale assume un significato particolare per il sistema audiovisivo italiano. Dopo oltre trent’anni di attività all’interno della Rai, attraverso esperienze che comprendono il giornalismo, la programmazione culturale e la gestione editoriale, Ammirati è arrivata alla guida della fiction del servizio pubblico in una fase nella quale la competizione con le piattaforme internazionali ha modificato profondamente le aspettative del pubblico. Le produzioni televisive nazionali devono oggi confrontarsi non soltanto con i programmi delle emittenti concorrenti, ma con cataloghi globali accessibili in qualsiasi momento, caratterizzati da investimenti elevati e da un’offerta sempre più diversificata. Il ruolo di Rai Fiction consiste quindi nel mantenere una proposta editoriale riconoscibile, capace di raccontare la società italiana senza rinunciare a linguaggi contemporanei e a un livello produttivo competitivo. È un equilibrio complesso, soprattutto per un’emittente pubblica chiamata a rispondere contemporaneamente a esigenze culturali, industriali e di rappresentazione sociale.

Tra i progetti richiamati nella ricognizione internazionale figurano una produzione in costume dedicata alla storia della famiglia Panini e Una piccola formalità, commedia poliziesca orientata anche a un pubblico di millennial, una fascia generazionale che la televisione generalista fatica spesso a intercettare con continuità. Le due produzioni esprimono approcci differenti ma complementari: il recupero della memoria culturale italiana e la ricerca di linguaggi capaci di avvicinare spettatori abituati a una fruizione digitale. In entrambi i casi, il problema non riguarda soltanto quali storie raccontare, ma come costruire prodotti capaci di mantenere un’identità specifica all’interno di un mercato nel quale le formule di maggiore successo tendono a essere replicate rapidamente. La sfida di Rai Fiction è conservare un rapporto diretto con la realtà italiana senza trasformare il riferimento al pubblico nazionale in un limite alla circolazione internazionale delle opere. La forza di una produzione locale, infatti, non dipende necessariamente dalla sua capacità di imitare i modelli globali, ma dalla qualità con cui riesce a rappresentare personaggi, conflitti e contesti riconoscibili.
Proprio sul rapporto tra creatività e innovazione tecnologica Ammirati ha espresso una delle posizioni più nette. «I gusti del pubblico si evolvono, così come il contesto sociale, le tecnologie e le modalità con cui le persone interagiscono con le storie», ha spiegato, sottolineando poi un rischio che riguarda l’intero comparto audiovisivo: «Ciò che mi preoccupa di più è la crescente tendenza a delegare i processi creativi alla tecnologia, con il rischio di perdere gradualmente il contatto diretto con la realtà che siamo chiamati a rappresentare. È una sfida che possiamo affrontare e superare solo garantendo che il fattore umano rimanga al centro del processo creativo». Il ragionamento non esprime un rifiuto dell’innovazione, ma introduce una distinzione fondamentale tra tecnologia come strumento produttivo e tecnologia come sostituto del giudizio artistico. Gli algoritmi possono contribuire a organizzare lavorazioni, analizzare comportamenti e rendere più efficienti determinate procedure, ma non possono essere considerati automaticamente in grado di comprendere quali esperienze umane meritino di essere raccontate o quale significato debba essere attribuito a una storia.
Netflix, Apple e Disney+: le dirigenti che decidono il futuro delle serie televisive
Tra le figure più significative della selezione emerge Minyoung Kim, vicepresidente dei contenuti Netflix per l’area Asia-Pacifico, esclusa l’India. Il suo percorso è legato a una delle trasformazioni più importanti dell’industria dello streaming: la capacità delle produzioni asiatiche di diventare fenomeni internazionali senza rinunciare alla propria identità linguistica e culturale. Kim è stata tra le dirigenti che hanno sostenuto Squid Game, contribuendo a dimostrare che una serie sudcoreana può raggiungere risultati globali e modificare le strategie produttive di una delle principali piattaforme mondiali. Secondo i dati diffusi da Netflix, i contenuti provenienti dall’Asia-Pacifico rappresentano oggi oltre la metà dei titoli presenti nella Top 10 globale delle produzioni non in lingua inglese, una quota che nel 2021 si attestava intorno al 30%. Le ore di visione annuali registrate nel mondo per i contenuti della regione sono inoltre quadruplicate rispetto al 2019, indicando un cambiamento strutturale nella circolazione internazionale delle storie.
Il successo di questo modello non deriva semplicemente dalla disponibilità di maggiori risorse economiche, ma dalla capacità di individuare produzioni locali dotate di un’identità forte. La diffusione internazionale di serie come Squid Game ha contribuito a ridimensionare l’idea che il pubblico globale preferisca necessariamente racconti costruiti secondo convenzioni narrative occidentali. Le piattaforme hanno scoperto che la specificità culturale può rappresentare un vantaggio competitivo, soprattutto quando si accompagna a generi riconoscibili e a conflitti capaci di coinvolgere spettatori appartenenti a contesti differenti. Nel caso di Netflix, questa strategia continua attraverso lo sviluppo di produzioni provenienti da Corea del Sud, Giappone, Thailandia e Australia, accanto a un’offerta che comprende eventi dal vivo e nuovi formati. Kim ha descritto la difficoltà di mantenere risultati costanti in un mercato così ampio con una dichiarazione che restituisce bene la pressione sulle scelte editoriali: «Siamo sempre alla ricerca della magia di qualcosa di inaspettato che catturi l’immaginazione e entusiasmi le persone».

Accanto alla strategia asiatica di Netflix, Anne Mensah rappresenta il peso crescente della produzione britannica all’interno della piattaforma. Dal 2020 Netflix ha investito circa 4,45 miliardi di sterline nel Regno Unito, una cifra equivalente a circa 6 miliardi di dollari, contribuendo secondo i dati aziendali alla creazione di oltre 50.000 opportunità lavorative. Tra i titoli richiamati nel percorso della dirigente figurano Heartstopper, Adolescence, Black Doves e The Gentlemen, opere che testimoniano la possibilità di costruire un catalogo internazionale attraverso generi e pubblici differenti. Il punto centrale è la capacità di trasformare un mercato nazionale in una piattaforma produttiva capace di alimentare la distribuzione mondiale. Le serie britanniche non rappresentano più soltanto una componente regionale dell’offerta Netflix, ma uno degli strumenti attraverso i quali il servizio cerca di consolidare la propria identità internazionale.
Per Apple TV, la figura di riferimento è Jay Hunt, responsabile creativo dell’offerta video mondiale per l’Europa e presidente del British Film Institute. Il suo lavoro è legato allo sviluppo di produzioni come Slow Horses, Bad Sisters e The Buccaneers, titoli che hanno contribuito a definire una strategia meno orientata alla quantità complessiva del catalogo e maggiormente concentrata sulla costruzione di un’offerta originale riconoscibile. Tra i progetti più attesi figurano Prodigies di Will Sharpe e The Husbands, commedia drammatica con Juno Temple. Il modello Apple dimostra che la competizione dello streaming non si esaurisce nella disponibilità di un numero elevato di contenuti, ma comprende anche la capacità di costruire prestigio, continuità artistica e un rapporto di fiducia con spettatori interessati a produzioni specifiche.

In casa Disney, invece, il quadro internazionale comprende due dirigenti con responsabilità differenti. Carol Choi, vicepresidente esecutiva per l’Asia-Pacifico, lavora sull’equilibrio tra i grandi franchise hollywoodiani e le produzioni originali sviluppate nei mercati locali, mentre Angela Jain supervisiona i contenuti Disney+ per Europa, Medio Oriente e Africa. Il percorso di Jain è legato all’espansione della produzione originale europea, attraverso serie come Rivals, Extraordinary e A Thousand Blows, e a nuovi investimenti regionali che comprendono anche un documentario dedicato agli Oasis e Assassinio sul Lago di Garda. La strategia Disney cerca così di affiancare alla riconoscibilità dei grandi marchi internazionali una produzione locale sufficientemente forte da mantenere rilevanza nei singoli mercati. È una necessità sempre più evidente, perché il successo dei franchise non garantisce automaticamente la capacità di attrarre spettatori interessati a storie vicine alla propria esperienza culturale.
Sky, ITV e Banijay: le fusioni miliardarie cambiano gli equilibri della televisione europea
La selezione internazionale fotografa anche il ruolo delle dirigenti impegnate nelle grandi trasformazioni societarie. Carolyn McCall, amministratrice delegata di ITV, è al centro del progetto di cessione delle attività televisive e streaming del gruppo britannico a Sky, controllata da Comcast, per circa 1,6 miliardi di sterline. L’operazione riguarda le reti televisive ITV e la piattaforma ITVX, mentre ITV Studios, responsabile di numerosi programmi e produzioni venduti sui mercati internazionali, è destinata a seguire un percorso societario distinto secondo il progetto illustrato dal gruppo. Non si tratta soltanto di una transazione finanziaria: la possibile concentrazione di reti, piattaforme e capacità commerciali riflette la crescente difficoltà delle emittenti tradizionali nel sostenere autonomamente investimenti tecnologici e produttivi sempre più elevati. Il consolidamento diventa quindi una risposta alla concorrenza globale, ma apre contemporaneamente interrogativi sulla pluralità dell’offerta e sulla distribuzione del potere decisionale nel settore audiovisivo.
McCall ha sintetizzato la propria visione attraverso una riflessione che collega dimensioni economiche e qualità editoriale. «La concorrenza è feroce», ha dichiarato, spiegando che aumentare le dimensioni aziendali non è sufficiente senza un programma di investimenti continuo. «Non si tratta solo di essere più grandi; si tratta anche di investire. Quindi bisogna investire nella tecnologia. Bisogna continuare a investire nell’intelligenza artificiale. Bisogna continuare a investire nell’efficienza e, soprattutto, bisogna avere abbastanza soldi per investire costantemente nei contenuti, perché i contenuti sono il punto di forza. Sono quelli che generano tutti i profitti». Il punto essenziale è che la tecnologia viene considerata uno strumento per rendere sostenibile la produzione, non il prodotto finale attraverso il quale conquistare gli spettatori. Le aziende possono ridurre costi, unificare infrastrutture e migliorare la distribuzione, ma il rapporto con il pubblico continua a dipendere dalla disponibilità di programmi, film e serie capaci di suscitare interesse.

Un ragionamento analogo emerge dalla fusione tra Banijay e All3Media, valutata circa 8 miliardi di dollari, che ha dato origine a un grande gruppo indipendente della produzione e distribuzione televisiva. Jane Turton, dopo aver guidato All3Media per un decennio, assume un ruolo di vertice nella nuova organizzazione, mentre Cathy Payne continua a supervisionare le attività internazionali di Banijay Rights. Il gruppo comprende circa 130 società di produzione distribuite in 25 Paesi e un catalogo nel quale figurano format come MasterChef, Big Brother e The Traitors, accanto a importanti produzioni di fiction. La concentrazione di proprietà intellettuali e capacità distributive permette di raggiungere mercati differenti e valorizzare più efficacemente i contenuti, ma modifica anche il rapporto tra grandi strutture e produttori indipendenti. La capacità di controllare cataloghi e diritti internazionali sta diventando uno degli elementi decisivi per determinare il peso industriale delle aziende televisive.
L’intelligenza artificiale divide l’industria: efficienza o perdita di originalità?
Le dichiarazioni delle dirigenti mostrano che l’intelligenza artificiale è diventata uno dei principali terreni di confronto per il futuro della televisione, ma non esiste una posizione univoca sul modo in cui dovrebbe essere utilizzata. Da una parte, aziende come ITV sottolineano l’importanza degli investimenti tecnologici per migliorare l’efficienza e contenere i costi; dall’altra, figure come Maria Pia Ammirati richiamano l’attenzione sui rischi di una delega eccessiva delle scelte creative. Il problema non riguarda soltanto la possibilità di automatizzare attività tecniche, ma il modo in cui gli strumenti di analisi e previsione possono influenzare la selezione delle storie. Se una produzione viene valutata prevalentemente attraverso la probabilità statistica di ottenere determinati risultati, il rischio è che le piattaforme privilegino formule già sperimentate, riducendo progressivamente lo spazio dedicato a proposte meno prevedibili.
È su questo punto che si inserisce la riflessione di Renata Brandão, amministratrice delegata della brasiliana Conspiração Filmes. La dirigente ha contribuito all’espansione internazionale della società e alla nascita di Hysteria, etichetta dedicata a storie centrate su protagoniste femminili. La sua posizione è particolarmente critica nei confronti della tendenza a riprodurre continuamente proprietà intellettuali già note. «L’ossessione di affidarsi esclusivamente a “IP collaudate”, remake o formule iper-calcolate ha portato a una diffusa stanchezza del pubblico su tutte le piattaforme», ha dichiarato, aggiungendo: «Mi piacerebbe vedere l’industria tornare a fidarsi di produttori, creatori e istinto piuttosto che di metriche predittive». La sua analisi individua una contraddizione fondamentale dello streaming contemporaneo: la disponibilità di dati sempre più precisi sui comportamenti degli spettatori non garantisce automaticamente la capacità di realizzare storie originali.

La contrapposizione tra efficienza tecnologica e libertà artistica potrebbe diventare uno degli elementi centrali delle strategie produttive dei prossimi anni. L’intelligenza artificiale permette di accelerare alcune lavorazioni, ma non risolve il problema della selezione creativa, che rimane legato alla sensibilità di autori, produttori e responsabili editoriali. Una piattaforma può conoscere le abitudini del proprio pubblico e individuare generi particolarmente richiesti, ma un successo imprevisto nasce spesso proprio dalla capacità di proporre qualcosa che non corrisponde perfettamente alle aspettative precedenti. In questo senso, le posizioni di Ammirati e Brandão mostrano una preoccupazione condivisa: preservare la possibilità di rischiare artisticamente in un’industria che, mentre concentra risorse economiche sempre maggiori, tende a utilizzare strumenti capaci di prevedere e ridurre l’incertezza.
Dall’Africa all’India, le nuove protagoniste della produzione globale
La trasformazione del settore non riguarda soltanto Europa e Stati Uniti. Mo Abudu, fondatrice e amministratrice delegata della nigeriana EbonyLife Media, rappresenta la crescita di un sistema produttivo africano sempre più interessato a costruire rapporti internazionali mantenendo il controllo delle proprie storie. Dopo aver lanciato EbonyLife TV nel 2013 ed EbonyLife Films l’anno successivo, Abudu ha sviluppato collaborazioni con Netflix, Sony, Lionsgate e BBC, contribuendo ad ampliare le opportunità distributive dei contenuti africani. La serie Blood Sisters ha rappresentato una tappa importante del rapporto con Netflix, mentre l’EbonyLife Creative Academy di Lagos offre percorsi formativi gratuiti per nuovi professionisti. La strategia della dirigente non riguarda soltanto la visibilità internazionale, ma anche la proprietà dei contenuti e la possibilità di costruire un’industria locale capace di finanziare autonomamente il proprio sviluppo.
«Il talento è ovunque, ma le opportunità, i capitali e la proprietà non lo sono», ha dichiarato Abudu, individuando una delle principali disuguaglianze del mercato audiovisivo globale. Il problema non consiste infatti soltanto nel permettere alle storie africane di raggiungere spettatori internazionali, ma nel garantire che chi le sviluppa possa partecipare anche ai benefici economici generati dal loro successo. La distribuzione mondiale può ampliare enormemente il pubblico potenziale, ma il controllo dei diritti continua a determinare chi conserva il valore economico di un’opera nel lungo periodo. È una questione che riguarda anche le produzioni europee e asiatiche, soprattutto quando devono negoziare con piattaforme dotate di una capacità finanziaria e commerciale molto superiore.
In India, Monika Shergill guida invece la strategia dei contenuti Netflix in un mercato caratterizzato da una straordinaria diversità linguistica e culturale. Secondo i dati comunicati dalla piattaforma, nella prima metà del 2026 l’India è diventata il principale mercato di provenienza delle visualizzazioni globali di film non in lingua inglese. La produzione locale comprende generi molto differenti, dai thriller alle storie militari, dalle serie drammatiche ai programmi di intrattenimento. La sfida di Netflix India non consiste semplicemente nell’aumentare la quantità di contenuti disponibili, ma nell’individuare racconti capaci di rivolgersi a pubblici differenti all’interno di uno stesso Paese e, contemporaneamente, di raggiungere spettatori internazionali. È un modello che conferma quanto la crescita globale dello streaming dipenda sempre più dalla capacità di valorizzare identità locali anziché uniformarle.
Il futuro della televisione passa dalle storie: perché il potere delle dirigenti conta più delle piattaforme
Il quadro tracciato alla vigilia del MIPCOM evidenzia un’industria nella quale le decisioni dei vertici editoriali influenzano direttamente quali storie potranno essere realizzate, quali professionisti avranno accesso ai finanziamenti e quali produzioni raggiungeranno il pubblico internazionale. Le protagoniste della selezione del 2026 operano all’interno di sistemi molto differenti: le emittenti pubbliche europee, le piattaforme globali, i grandi gruppi commerciali e le società indipendenti provenienti dai mercati emergenti. Ciò che le accomuna non è un unico modello industriale, ma la responsabilità di affrontare una trasformazione che rende sempre più complesso il rapporto tra sostenibilità economica e qualità creativa.
Per l’Italia, la presenza di Maria Pia Ammirati rappresenta un riconoscimento del peso che Rai Fiction continua ad avere nel contesto europeo, ma sottolinea anche la necessità di difendere il valore delle produzioni nazionali mentre la competizione si sposta su scala mondiale. Il futuro della fiction italiana dipenderà dalla capacità di investire in autori, interpreti e progetti originali, mantenendo un legame con la cultura del Paese senza rinunciare a confrontarsi con le nuove modalità di distribuzione. È un percorso nel quale le risorse economiche rimangono fondamentali, ma nel quale la costruzione di un’identità editoriale riconoscibile può rappresentare un vantaggio rispetto a un’offerta internazionale sempre più abbondante.
La televisione del 2026 sta cambiando proprietà, tecnologie e modelli distributivi, ma non ha superato la propria dipendenza dalla creatività umana. Le fusioni miliardarie possono costruire aziende più grandi, lo streaming può raggiungere spettatori in ogni continente e l’intelligenza artificiale può rendere più efficienti alcune lavorazioni, ma nessuno di questi strumenti garantisce da solo la nascita di una serie capace di diventare un fenomeno culturale. Le storie che attraversano i confini continuano a nascere da intuizioni, rischi editoriali e capacità di riconoscere qualcosa di significativo nella realtà contemporanea.
È proprio questo il filo che unisce la riflessione di Ammirati alle strategie delle grandi dirigenti internazionali: il futuro della televisione non sarà deciso soltanto da chi possiede le piattaforme più grandi, ma anche da chi saprà individuare le storie che meritano di essere raccontate.
