Mike Flanagan vorrebbe dirigere un nuovo film della saga de Lo squalo, riportando al cinema il franchise inaugurato da Steven Spielberg nel 1975 e rimasto senza nuovi capitoli dopo Lo squalo 4: La vendetta del 1987. Il regista americano, già autore di Doctor Sleep, The Haunting of Hill House e della nuova trasposizione di Carrie, ha espresso il proprio interesse durante una sessione di domande e risposte su Reddit organizzata in occasione della promozione dei suoi lavori. Flanagan ha chiarito di non voler competere con l’originale di Spielberg, considerato un riferimento irraggiungibile, ma di vedere nei successivi film della serie la possibilità di costruire un nuovo racconto capace di recuperare tensione e qualità cinematografica. Nella stessa conversazione ha indicato anche Jurassic Park tra i franchise nei quali gli piacerebbe lavorare, immaginando un capitolo maggiormente orientato all’horror e alla paura dei dinosauri. Non risultano annunciati accordi, sceneggiature commissionate o produzioni ufficiali che lo coinvolgano in uno dei due universi cinematografici: le sue parole esprimono un’ambizione artistica, non la conferma di un nuovo film in preparazione.

L’interesse del regista arriva in un momento particolarmente significativo della sua carriera, caratterizzato da un rapporto sempre più stretto con opere già appartenenti all’immaginario popolare. Dopo aver affrontato Stephen King attraverso Il gioco di Gerald, Doctor Sleep e The Life of Chuck, Flanagan ha continuato a confrontarsi con storie molto conosciute, scegliendo di lavorare su personaggi e universi che il pubblico possiede già nella propria memoria cinematografica. La sua attenzione si è rivolta anche a L’esorcista, con il progetto The Exorcist: Martyrs, confermando una tendenza che non coincide semplicemente con l’interesse commerciale per titoli celebri. Il regista sembra attratto soprattutto dalla possibilità di individuare una prospettiva personale all’interno di racconti che hanno già una storia consolidata, senza considerarne necessariamente intoccabili le interpretazioni successive. Lo squalo rappresenterebbe però una sfida particolare, perché il suo successo non dipende soltanto dall’immagine del predatore marino, ma da un equilibrio estremamente preciso tra suspense, costruzione dei personaggi e progressiva percezione del pericolo.

Mike Flanagan vuole dirigere Lo squalo, ma il film di Spielberg rimane intoccabile

La dichiarazione più importante è arrivata quando Flanagan ha spiegato quanto sia cambiato il proprio atteggiamento nei confronti dei sequel e delle grandi proprietà cinematografiche. Il regista ha ammesso di aver trascorso una parte significativa della carriera pensando di non voler lavorare all’interno di franchise già esistenti, salvo poi scoprire il piacere di confrontarsi con universi narrativi che conosce e ammira. La possibilità di aggiungere una sensibilità personale a un’opera consolidata è diventata così una delle componenti più interessanti del suo percorso professionale, soprattutto quando il materiale originale presenta tematiche compatibili con la sua idea di horror. Parlando del film di Spielberg, Flanagan ha quindi espresso un desiderio molto preciso: «Vorrei da morire poter fare un film de Lo squalo. Nessuno riuscirà mai ad avvicinarsi all’originale, ma nei sequel c’è tantissimo spazio per migliorare».

lo squalo

Il significato di queste parole risiede soprattutto nella distinzione tra il primo film e ciò che è arrivato successivamente. Flanagan non propone un remake del capolavoro del 1975, né sostiene di poter realizzare una versione superiore a quella di Spielberg. Individua piuttosto nella storia del franchise una possibilità narrativa rimasta sostanzialmente inesplorata dopo una successione di capitoli che non hanno ottenuto lo stesso riconoscimento artistico del predecessore. Il primo Lo squalo aveva trasformato un racconto ambientato in una località balneare in un’esperienza cinematografica fondata sulla paura dell’invisibile, sul conflitto tra responsabilità pubbliche e interessi economici e sulla vulnerabilità dell’essere umano davanti a una forza naturale impossibile da controllare. Il successo del film nasceva anche dalla capacità di Spielberg di ritardare la piena apparizione dell’animale, costringendo lo spettatore a immaginare il pericolo prima ancora di poterlo osservare chiaramente.

La forza di quell’impostazione è rimasta uno dei tratti più influenti del cinema di suspense. Il mare non era soltanto lo scenario degli attacchi, ma uno spazio nel quale l’essere umano perdeva improvvisamente il controllo dell’ambiente circostante, trovandosi a fronteggiare qualcosa di cui non riusciva a prevedere movimenti e intenzioni. Martin Brody, Quint e Matt Hooper offrivano tre prospettive differenti sulla minaccia: la responsabilità di proteggere una comunità, l’esperienza maturata attraverso il confronto diretto con il pericolo e la conoscenza scientifica di un animale la cui natura non poteva essere ridotta a una semplice figura mostruosa. È proprio attraverso il rapporto tra questi personaggi che il film riusciva a trasformare la caccia allo squalo in una storia di paura, ossessione e sopravvivenza. Un eventuale nuovo capitolo dovrebbe quindi recuperare soprattutto questa dimensione umana, evitando di considerare sufficiente la presenza di un predatore più grande, effetti visivi più sofisticati o sequenze d’azione più spettacolari.

Quasi quarant’anni senza un nuovo film: perché i sequel non hanno ripetuto il successo di Lo squalo

Dopo il successo dell’originale, il franchise aveva proseguito la propria storia attraverso tre capitoli distribuiti nell’arco di nove anni. Lo squalo 2, diretto da Jeannot Szwarc, arrivò nelle sale nel 1978 e riportò Roy Scheider nei panni di Martin Brody, cercando di riprodurre alcune delle dinamiche che avevano reso celebre il film di Spielberg. Nel 1983 fu la volta di Lo squalo 3, diretto da Joe Alves e presentato sfruttando anche la tecnologia tridimensionale, mentre nel 1987 uscì Lo squalo 4: La vendetta, con Michael Caine e Lorraine Gary. Questi film seguirono strade differenti, ma nessuno riuscì a ottenere la stessa considerazione critica e culturale dell’opera originale. La saga rimase progressivamente prigioniera dell’elemento che aveva contribuito al suo successo commerciale: la necessità di riportare sullo schermo uno squalo sempre più centrale nello spettacolo, spesso a scapito della costruzione della suspense e della credibilità narrativa.

lo squalo

Il secondo capitolo conserva una propria identità e ha trovato nel tempo una parte di pubblico disposta a rivalutarlo, ma i film successivi hanno contribuito a indebolire il prestigio complessivo del marchio. Il tentativo di aumentare l’impatto visivo degli attacchi e di costruire nuove situazioni di pericolo non è stato accompagnato da un’evoluzione altrettanto convincente dei personaggi e dei conflitti. In particolare, Lo squalo 4: La vendetta ha portato la vicenda verso una rappresentazione sempre meno credibile del comportamento animale, trasformando la minaccia naturale in qualcosa di vicino a un antagonista dotato di motivazioni personali. Il problema non era semplicemente la qualità degli effetti speciali o la ripetizione dello stesso predatore, ma la progressiva perdita di quella plausibilità emotiva sulla quale Spielberg aveva costruito la paura. Dal 1987 la serie non è più tornata nelle sale con un nuovo lungometraggio, lasciando trascorrere quasi quattro decenni durante i quali il cinema ha continuato a produrre numerosi thriller marini senza rilanciare ufficialmente il franchise.

È proprio questa distanza temporale a rendere interessante il desiderio di Flanagan. Un nuovo Lo squalo non avrebbe necessariamente bisogno di proseguire le vicende della famiglia Brody o di riprodurre gli schemi dei sequel precedenti, ma potrebbe affrontare nuovamente il rapporto tra una comunità umana e una minaccia proveniente dal mare attraverso personaggi, ambientazioni e conflitti contemporanei. La scelta narrativa rimane naturalmente soltanto un’ipotesi, perché il regista non ha presentato una trama né indicato come vorrebbe sviluppare il film. Tuttavia, il suo percorso artistico suggerisce un interesse particolare per le conseguenze emotive della paura, per i legami familiari e per il modo in cui un’esperienza traumatica modifica il comportamento delle persone. Sono elementi che potrebbero adattarsi a un racconto costruito non soltanto sull’attacco di un animale, ma sulle reazioni di una comunità costretta a convivere con un pericolo che mette in discussione le proprie sicurezze.

Da Doctor Sleep a Lo squalo: perché Mike Flanagan potrebbe trovare una nuova strada per la saga

La filmografia di Flanagan offre alcuni indizi sulla direzione che potrebbe imprimere a un eventuale nuovo capitolo, pur senza consentire di anticipare le sue reali intenzioni. In Doctor Sleep, il regista aveva affrontato uno dei confronti più complessi possibili per un autore contemporaneo: proseguire una storia associata contemporaneamente al romanzo di Stephen King e all’immaginario cinematografico di Stanley Kubrick. La scelta non era stata quella di cancellare il passato, ma di costruire un racconto capace di riconoscere le opere precedenti e sviluppare una propria dimensione emotiva, concentrandosi soprattutto sul trauma, sulla dipendenza e sul tentativo di convivere con esperienze che continuano a condizionare il presente. È un metodo che caratterizza anche molte delle sue serie televisive, nelle quali il soprannaturale assume spesso un significato legato ai rapporti familiari, al lutto e alla difficoltà di accettare ciò che non può essere controllato.

Applicato all’universo de Lo squalo, questo approccio potrebbe permettere di recuperare una caratteristica essenziale del cinema di Spielberg: la paura non nasce esclusivamente dall’apparizione del mostro, ma dal modo in cui il pericolo modifica la vita delle persone prima ancora di manifestarsi apertamente. La comunità di Amity, nel film originale, non doveva soltanto affrontare la presenza di uno squalo, ma decidere come comportarsi davanti a una minaccia che metteva in discussione le proprie attività economiche e le responsabilità delle autorità. L’orrore era quindi presente anche nelle decisioni di chi cercava di minimizzare il pericolo, nelle pressioni esercitate sul capo della polizia e nella difficoltà di riconoscere una realtà che avrebbe imposto conseguenze scomode. Flanagan ha dimostrato di essere particolarmente interessato a personaggi che evitano di confrontarsi con verità dolorose, costruendo attraverso questa negazione una tensione destinata a diventare sempre più difficile da sostenere.

Un simile approccio non richiederebbe necessariamente di trasformare Lo squalo in un horror psicologico privo di azione. Il film di Spielberg rimane un esempio straordinario di equilibrio tra cinema popolare e suspense, capace di offrire momenti spettacolari senza rinunciare alla definizione dei personaggi. Un nuovo capitolo potrebbe quindi recuperare la centralità dell’attesa e della vulnerabilità, sfruttando le possibilità del cinema contemporaneo senza affidarsi continuamente alla rappresentazione esplicita del predatore. Il rischio maggiore sarebbe quello di confondere una sensibilità autoriale riconoscibile con la necessità di imporre un tono estraneo all’opera, mentre l’opportunità più interessante consisterebbe nel ritrovare quella semplicità narrativa che aveva permesso al primo film di trasformare una minaccia concreta in una paura universale. Flanagan conosce la forza dei racconti costruiti attorno all’assenza, al silenzio e all’anticipazione del pericolo, caratteristiche che potrebbero risultare particolarmente utili in un franchise nel quale l’eccesso di spettacolarizzazione aveva progressivamente indebolito la suspense.

Jurassic Park, Flanagan immagina un vero horror con i dinosauri: «Vorrei renderlo davvero spaventoso»

Accanto a Lo squalo, il regista ha citato anche Jurassic Park, un’altra proprietà cinematografica nata da un film di Steven Spielberg e successivamente trasformata in un franchise di dimensioni internazionali. La sua idea, in questo caso, riguarda soprattutto il tono narrativo: «Un film di Jurassic potrebbe essere divertentissimo. Vorrei renderlo davvero spaventoso, un vero horror con i dinosauri». È una dichiarazione che riporta l’attenzione su una componente fondamentale dell’opera originale del 1993, spesso ricordata soprattutto per l’innovazione degli effetti visivi e per la capacità di rendere credibile la presenza dei dinosauri sul grande schermo. Il primo Jurassic Park era però anche un film profondamente costruito sulla paura, nel quale la meraviglia della scoperta scientifica lasciava progressivamente spazio all’angoscia provocata dalla perdita di controllo su creature che non avrebbero mai dovuto trovarsi all’interno di un ambiente destinato agli esseri umani.

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Le sequenze con il Tyrannosaurus rex sotto la pioggia e gli incontri con i velociraptor negli ambienti chiusi rimangono esempi particolarmente efficaci di costruzione della tensione. Spielberg non aveva bisogno di rendere i dinosauri creature malvagie, perché il pericolo nasceva dalla loro natura animale e dall’impossibilità di controllarne il comportamento attraverso strutture tecnologiche apparentemente infallibili. Il romanzo di Michael Crichton, dal quale il film era tratto, conteneva inoltre una riflessione più ampia sui limiti della scienza applicata senza un’adeguata consapevolezza delle conseguenze. L’idea di Flanagan potrebbe teoricamente valorizzare proprio questa dimensione, riportando i dinosauri a essere una fonte di terrore anziché semplicemente creature spettacolari protagoniste di sequenze d’azione sempre più elaborate. Anche in questo caso, però, il regista non ha annunciato una storia precisa, un’ambientazione o un progetto in fase di sviluppo, limitandosi a indicare il tipo di esperienza cinematografica che vorrebbe realizzare.

La differenza rispetto a Lo squalo riguarda soprattutto la storia industriale delle due saghe. Jurassic Park ha continuato a essere presente sul grande schermo attraverso nuovi capitoli, fino alla serie di film Jurassic World, mentre il franchise inaugurato nel 1975 è rimasto sostanzialmente fermo dopo il quarto episodio. Un eventuale film sui dinosauri diretto da Flanagan dovrebbe quindi confrontarsi con un universo ancora commercialmente attivo, nel quale le scelte produttive dipendono da una strategia di lungo periodo e dalla necessità di raggiungere pubblici molto ampi. Un approccio maggiormente orientato all’horror potrebbe rappresentare una direzione interessante, ma richiederebbe un equilibrio tra l’identità del franchise e la volontà di sviluppare un racconto più oscuro, forse meno vicino alle aspettative familiari che hanno accompagnato alcune delle produzioni recenti. La possibilità artistica esiste, ma la sua realizzazione dipenderebbe da decisioni industriali che al momento non risultano collegate alle dichiarazioni del regista.

Lo squalo di Mike Flanagan si farà davvero? Per ora nessun film è stato annunciato

L’entusiasmo suscitato dalle dichiarazioni non deve far perdere di vista lo stato effettivo dei due possibili progetti. Non esiste attualmente un nuovo Lo squalo affidato a Mike Flanagan e non è stato annunciato un suo coinvolgimento ufficiale in un film di Jurassic Park o Jurassic World. Il regista ha espresso pubblicamente un desiderio, individuando due universi cinematografici nei quali gli piacerebbe lavorare, ma questo non equivale all’apertura di una produzione. Prima di arrivare a un nuovo lungometraggio sarebbero necessari accordi con i titolari dei diritti, lo sviluppo di una sceneggiatura e una serie di decisioni relative al finanziamento, alla distribuzione e all’impostazione artistica. La notorietà di Flanagan e il suo rapporto con franchise molto conosciuti rendono le sue parole degne di attenzione, ma non forniscono elementi sufficienti per ipotizzare tempi di lavorazione o una possibile data di uscita.

La sua riflessione offre però uno spunto significativo sul modo in cui Hollywood continua a confrontarsi con i grandi classici del passato. Il cinema contemporaneo tende spesso a tornare verso proprietà intellettuali già consolidate, ma il riconoscimento del marchio non garantisce automaticamente la qualità di una nuova opera. Il successo del primo Lo squalo non può essere riprodotto semplicemente aggiornando gli effetti speciali o costruendo una minaccia ancora più spettacolare, così come la forza di Jurassic Park non dipendeva soltanto dalla presenza dei dinosauri. Entrambi i film avevano saputo collocare l’essere umano in una posizione di vulnerabilità, trasformando il confronto con la natura e con le conseguenze delle proprie decisioni in un’esperienza cinematografica capace di coinvolgere pubblici differenti.

La proposta artistica che emerge dalle parole di Flanagan è quindi più interessante dell’eventuale operazione nostalgica che potrebbe derivarne. Il regista non sembra voler dimostrare di poter superare Spielberg, ma ritiene che esista ancora uno spazio per raccontare storie efficaci all’interno di quei mondi, recuperando elementi progressivamente trascurati. Nel caso de Lo squalo, si tratterebbe soprattutto di restituire alla minaccia una dimensione credibile e alla paura una costruzione paziente; per Jurassic Park, di riportare al centro l’orrore legato all’incontro con creature impossibili da controllare. Due direzioni differenti, accomunate dalla convinzione che un grande franchise non debba necessariamente diventare sempre più spettacolare per continuare a funzionare.

A quasi quarant’anni dall’ultimo film della saga, Lo squalo conserva una forza che nessuno dei sequel è riuscito a riprodurre completamente. La storia di Spielberg continua a essere considerata un punto di riferimento proprio perché ha dimostrato quanto una minaccia semplice, raccontata con precisione, possa generare una tensione più duratura di qualsiasi eccesso visivo. Mike Flanagan vorrebbe misurarsi con questa eredità senza riscriverla, cercando di dare un futuro a una serie che si è progressivamente allontanata dalla propria identità originaria. Per il momento rimane un’idea, ma è sufficiente a riaprire una questione che il cinema non ha mai risolto definitivamente: come si torna dentro un classico senza limitarsi a ripeterlo?