Monster: La storia di Lizzie Borden porta su Netflix uno dei casi criminali più celebri dell'America di fine Ottocento, affidando a Ella Beatty il ruolo della donna accusata dell'omicidio del padre Andrew e della matrigna Abby Borden. La quarta stagione dell'antologia creata da Ryan Murphy e Ian Brennan avrebbe quindi tutto ciò che serve per ritrovare quella forza disturbante che rese Dahmer un fenomeno: un personaggio entrato nel mito, un delitto ancora avvolto da zone d'ombra, una società rigidissima e una protagonista sulla quale storia, leggenda e cultura popolare hanno continuato a sovrapporre interpretazioni. Il problema è che la serie sembra interessata a Lizzie molto meno di quanto prometta il titolo. Ne utilizza l'immagine, ne spettacolarizza la rabbia e costruisce attorno a lei una sontuosa rappresentazione della repressione femminile, ma troppo spesso rinuncia proprio alla cosa che dovrebbe renderla irresistibile: entrare davvero nell'opacità del suo personaggio.
È un problema che ormai accompagna Monster da diverse stagioni. Dopo l'efficacia del capitolo dedicato a Jeffrey Dahmer, l'antologia ha progressivamente spostato l'attenzione dalla ricostruzione psicologica del proprio “mostro” alla necessità di dichiarare una lettura precisa di ciò che racconta. Il ciclo sui fratelli Menendez mostrava già questa tendenza, quello dedicato a Ed Gein l'aveva resa ancora più evidente e La storia di Lizzie Borden arriva quasi a trasformarla in metodo. Murphy e Brennan non si accontentano più di mostrare l'orrore e lasciare che siano personaggi e contraddizioni a renderlo comprensibile: vogliono accompagnarlo con una spiegazione, incastrarlo dentro una tesi e indicare allo spettatore il percorso morale da seguire. Ed è proprio quando Monster smette di fidarsi dell'ambiguità che comincia a perdere ciò che la rendeva davvero affascinante.

Lizzie Borden dovrebbe essere il centro, ma la serie continua a guardare altrove
Il punto di partenza è potentissimo. Siamo nel Massachusetts di fine Ottocento e Lizzie Borden vive all'interno di una casa dominata da regole, repressioni e rapporti familiari sempre più tossici. Ella Beatty costruisce una giovane donna compressa dentro un sistema che sembra negarle qualsiasi possibilità di autodeterminazione, mentre Charlie Hunnam interpreta il padre Andrew e Rebecca Hall la matrigna Abby. Nella casa entra anche Bridget “Maggie” Sullivan, domestica interpretata da Vicky Krieps, destinata a instaurare con Lizzie un rapporto fondamentale nella rilettura proposta dalla serie. La materia narrativa è quindi ricchissima: sessualità repressa, potere patriarcale, denaro, famiglia, desiderio, violenza e una delle vicende giudiziarie più controverse della storia americana potrebbero alimentare continuamente il dubbio su chi sia davvero la donna che abbiamo davanti.
Invece Monster decide troppo presto cosa vuole dire di Lizzie e, una volta trovata quella chiave, sembra non avere particolare interesse a metterla in discussione. Le motivazioni della sua rabbia vengono chiarite rapidamente e la protagonista finisce intrappolata in una traiettoria che diventa sorprendentemente lineare. Il paradosso è evidente: una serie costruita intorno a una figura storicamente avvolta dall'ambiguità riesce a renderla meno misteriosa di quanto dovrebbe, fino al punto di allontanarsi da lei per lunghi tratti. Bridget assume progressivamente un peso enorme e in alcuni episodi diventa quasi la vera forza propulsiva della narrazione, mentre Lizzie sembra assistere alla propria serie invece di dominarla.

Non sarebbe necessariamente un problema dare grande spazio ai comprimari. Dahmer funzionava anche perché aveva saputo raccontare il contesto, le vittime e le responsabilità di chi aveva ignorato determinati segnali. Qui, però, lo spostamento del baricentro non aggiunge complessità alla protagonista: gliela sottrae. Lizzie rimane spesso una figura passiva proprio mentre la sceneggiatura continua a suggerire lati della sua personalità che meriterebbero uno sviluppo molto più profondo. Il risultato è una contraddizione difficile da ignorare: Monster vive della capacità di renderci impossibile distogliere lo sguardo dai propri mostri, ma questa volta il mostro titolare è troppo spesso la presenza meno magnetica del racconto.
Il problema non è cambiare la storia, ma sapere cosa farne
Pretendere da Monster la fedeltà di un documentario sarebbe sbagliato. La serie non l'ha mai promessa e, anzi, ha costruito fin dall'inizio la propria identità proprio sulla contaminazione tra fatti, interpretazioni, teorie e invenzione drammatica. La questione quindi non è stabilire quanti elementi della quarta stagione siano dimostrabili o quale delle numerose ipotesi sulla vicenda Borden sia storicamente più attendibile. Un'opera di finzione può prendersi tutte le libertà necessarie, a condizione che quelle libertà producano qualcosa di narrativamente più interessante.
Ed è qui che questa stagione comincia a scricchiolare. Le deviazioni dal racconto principale, comprese quelle dedicate ad altre figure criminali e all'eredità simbolica costruita intorno a Lizzie, servono spesso meno ad ampliare il personaggio e più a esplicitare il discorso degli autori. La rabbia femminile, la repressione sessuale e sociale, la condizione della donna all'interno di una struttura patriarcale diventano il vero filo conduttore della stagione. Sono temi perfettamente pertinenti alla storia e potenzialmente potentissimi, ma una tesi condivisibile non diventa automaticamente buona drammaturgia.

La difficoltà sta soprattutto nel confine tra comprendere un personaggio e assolverlo. Monster vuole mostrare come la violenza possa germogliare dentro un sistema altrettanto violento, ma finisce talvolta per rovesciare talmente la prospettiva da trasformare Lizzie quasi in una figura di liberazione. La sua ribellione assume un valore simbolico sempre più netto, mentre le conseguenze morali delle azioni vengono progressivamente subordinate al messaggio che la stagione vuole costruire. È lo stesso cortocircuito che aveva indebolito il ciclo dedicato a Ed Gein: la necessità di umanizzare diventa talmente forte da smussare proprio quelle contraddizioni che dovrebbero inquietarci.
Eppure Lizzie Borden sarebbe stata il personaggio perfetto per lasciare aperta la ferita. Vittima e carnefice, figura repressa e potenzialmente responsabile di una violenza estrema, simbolo culturale e persona reale: non serviva scegliere una definizione. Sarebbe stato molto più interessante costringere lo spettatore a convivere con tutte contemporaneamente.

Quando Monster smette di spiegare, torna finalmente a funzionare
Il giudizio sulla stagione sarebbe molto più severo se non fosse per una messa in scena che continua a ricordare quanto talento visivo esista ancora all'interno della serie. La casa dei Borden non è semplicemente uno scenario ma quasi un palcoscenico, uno spazio nel quale porte, corridoi, entrate e uscite assumono un ritmo deliberatamente teatrale. La regia sfrutta gli ambienti chiusi come quinte, mentre la recitazione abbraccia volontariamente un registro più marcato, spesso accompagnato da dialoghi esuberanti e da improvvise deviazioni verso una comicità grottesca che alleggerisce la cupezza senza eliminarla.
È probabilmente l'idea più fresca dell'intera stagione. Dentro casa Borden, Monster sembra talvolta trasformarsi in un macabro spettacolo teatrale vittoriano, attraversato da ironia, sesso, repressione e violenza. Ci sono momenti nei quali questa stilizzazione riesce finalmente a produrre quella sensazione di disagio seducente che dovrebbe appartenere naturalmente alla serie. Rebecca Hall comprende perfettamente il gioco e sfrutta ogni eccesso possibile senza perdere il controllo del personaggio, mentre Vicky Krieps porta a Bridget una presenza capace di riempire lo spazio narrativo che la protagonista lascia troppo spesso libero.

Anche Ella Beatty possiede gli strumenti per costruire una Lizzie memorabile. Il problema non riguarda tanto la sua interpretazione quanto il materiale che le viene consegnato. Quando la serie le permette di mostrare le contraddizioni del personaggio, Beatty restituisce contemporaneamente fragilità, desiderio e una rabbia pronta a deformarsi in qualcosa di molto più pericoloso. Troppo spesso, però, la sceneggiatura la costringe dentro una lettura già conclusa e le impedisce di diventare davvero imprevedibile. In una stagione dedicata a una donna trasformata dalla cultura popolare in una specie di spettro armato di ascia, è sorprendente quanto poco timore riesca a provocare la sua presenza.
Le sequenze più violente confermano invece che Monster non ha dimenticato completamente il proprio linguaggio. Quando arriva il momento degli omicidi, la serie ritrova brutalità, costruzione visiva e una sorprendente capacità di rendere la violenza contemporaneamente repellente e catartica. In particolare, il lavoro sulla morte di Andrew dimostra quanto la stagione sappia ancora trovare soluzioni emotive e perfino aperture verso il soprannaturale senza perdere completamente il controllo. È in quei momenti che si intravede la serie che potrebbe ancora essere, se avesse maggiore fiducia nelle immagini e minore bisogno di spiegare continuamente cosa quelle immagini dovrebbero significare.
Monster ha ancora stile, ma deve ritrovare i suoi mostri
Arrivati alla quarta stagione, il problema dell'antologia di Ryan Murphy e Ian Brennan non sembra più episodico. La storia di Lizzie Borden conferma una tendenza che ormai rischia di diventare strutturale: personaggi centrali progressivamente svuotati a favore di deviazioni narrative, messaggi dichiarati con poca sottigliezza e un bisogno sempre più evidente di trasformare figure disturbanti in casi da interpretare secondo coordinate morali molto precise. Quella che in Dahmer era una capacità di osservare il male senza renderlo facilmente digeribile è diventata progressivamente un'ansia di contestualizzarlo fino quasi a neutralizzarlo.

Eppure sarebbe ingiusto parlare di una serie artisticamente esaurita. La costruzione visiva rimane ricercata, gli interpreti sono eccellenti e alcune intuizioni — soprattutto la teatralità della casa Borden — dimostrano che Monster possiede ancora la capacità di reinventare il proprio linguaggio. Il problema è che questi elementi sembrano appartenere a una serie migliore nascosta dentro quella che effettivamente stiamo guardando. Ogni volta che La storia di Lizzie Borden si abbandona al macabro, al grottesco e all'ambiguità torna improvvisamente viva; ogni volta che sente il bisogno di spiegarsi, si irrigidisce.
Dahmer lasciava allo spettatore una sensazione difficile da scrollarsi di dosso perché il suo protagonista rimaneva in larga parte irriducibile a una spiegazione rassicurante. Lizzie Borden avrebbe potuto offrire esattamente lo stesso terreno, forse persino più fertile grazie all'incertezza che continua ad accompagnare il caso reale. Invece la quarta stagione preferisce scegliere per noi chi sia Lizzie, perché agisca e cosa debba rappresentare. Ed è una decisione che finisce per privare la storia della sua arma più potente: il dubbio.

Monster: La storia di Lizzie Borden non è una stagione priva di idee, ma è una stagione che utilizza spesso quelle sbagliate nel momento sbagliato. Il sangue continua a scorrere, la macchina produttiva è impeccabile e qualche sequenza ricorda ancora perché questa antologia fosse sembrata così promettente al debutto. Ma se Monster vuole davvero ritrovare la forza dei suoi primi anni, dovrà prima compiere un gesto apparentemente semplicissimo: smettere di avere paura dei propri mostri.
