Wildwood, il nuovo film d’animazione in stop-motion diretto da Travis Knight e prodotto da Laika, è stato presentato al London Film Festival nell’ottobre 2026 e arriverà nelle sale statunitensi e britanniche il 23 ottobre, proponendo un’avventura fantasy di 132 minuti tratta dal romanzo pubblicato nel 2011 da Colin Meloy e illustrato da Carson Ellis. Al centro del racconto c’è Prue, una ragazzina di Portland che decide di attraversare una foresta proibita per ritrovare il fratellino Mac, rapito da uno stormo di corvi. Ad accompagnarla sarà Curtis, un compagno di scuola con il quale condivide un rapporto inizialmente complicato. La loro ricerca li condurrà in un territorio popolato da animali parlanti, creature fantastiche e fazioni in lotta, dove la magia nasconde anche forme di violenza e sofferenza. Con le voci originali di Peyton Elizabeth Lee, Jacob Tremblay, Carey Mulligan, Mahershala Ali e Angela Bassett, il film rappresenta una delle produzioni più impegnative mai affrontate dallo studio americano e conferma la sua volontà di utilizzare l’animazione artigianale per raccontare storie capaci di rivolgersi a un pubblico più ampio di quello infantile.
La prima qualità di Wildwood è il coraggio di trattare la fantasia come un mondo nel quale le conseguenze delle azioni hanno un peso reale. Non è un universo costruito soltanto per meravigliare attraverso creature pittoresche e ambientazioni spettacolari. La foresta nella quale si addentra Prue possiede regole, gerarchie e conflitti che precedono l’arrivo della protagonista, mentre i personaggi che la abitano portano con sé desideri e ferite che non possono essere risolti attraverso una semplice dimostrazione di bontà. Knight recupera così una caratteristica fondamentale delle grandi fiabe: il meraviglioso e lo spaventoso non sono opposti, ma due dimensioni inseparabili dello stesso racconto. Wildwood conquista soprattutto quando lascia convivere queste sensazioni, senza cercare di rassicurare continuamente lo spettatore o trasformare ogni momento di tensione in una battuta.

Wildwood, una fiaba sulla paura di perdere chi amiamo
L’inizio del film si sviluppa in un contesto familiare riconoscibile. Prue vive a Portland con i genitori e il fratellino Mac, all’interno di una quotidianità nella quale le responsabilità cominciano a diventare parte importante della sua crescita. Quando approfitta dell’assenza dei genitori per portare il bambino fuori casa, non immagina che una decisione apparentemente innocua possa trasformarsi in un evento irreparabile. Il rapimento di Mac da parte di uno stormo di corvi introduce improvvisamente un pericolo che appartiene più all’horror che al tradizionale racconto d’avventura per famiglie. L’immagine degli uccelli che si impossessano del bambino produce uno sconvolgimento immediato perché colpisce qualcosa di profondamente vulnerabile: l’idea che una persona affidata alle nostre cure possa scomparire in pochi istanti.
Il senso di colpa diventa il vero motore emotivo della protagonista. Prue non entra nella foresta soltanto perché desidera salvare il fratello, ma perché considera quella scomparsa una conseguenza diretta della propria disobbedienza. La sua ricerca assume quindi il significato di un tentativo di riparazione, una responsabilità troppo grande per una ragazzina che deve ancora comprendere i limiti delle proprie possibilità. Questa dimensione rende l’avventura più interessante di una semplice missione di salvataggio: ogni ostacolo richiama implicitamente la decisione iniziale, mentre il desiderio di ritrovare Mac rischia di spingere Prue verso situazioni sempre più pericolose.
Al suo fianco si trova Curtis, doppiato da Jacob Tremblay, inizialmente presentato come un ragazzo poco considerato dalla protagonista. Il rapporto tra i due offre al film una seconda linea narrativa importante, legata alla scoperta del valore delle persone che tendiamo a giudicare troppo rapidamente. Curtis non possiede l’atteggiamento deciso e impulsivo di Prue, ma dimostra progressivamente coraggio, capacità di osservazione e una sensibilità che diventa essenziale per affrontare il mondo sconosciuto. L’amicizia non nasce da una complicità immediata, ma dall’esperienza condivisa, e proprio per questo acquista un significato più convincente rispetto alle relazioni costruite attraverso stereotipi adolescenziali.
Il bosco, nel frattempo, si rivela molto diverso da ciò che Prue avrebbe potuto immaginare. Gli animali parlano, possiedono organizzazioni politiche e militari, stringono alleanze e combattono per il controllo del territorio. La ragazza incontra creature apparentemente minacciose che possono diventare alleate e personaggi rassicuranti la cui posizione resta più ambigua. Knight costruisce un mondo nel quale l’aspetto esteriore non basta a distinguere il bene dal male, recuperando un principio classico della fiaba senza ridurlo a una lezione morale esplicita.

La stop-motion di Laika raggiunge una dimensione mai vista prima
Il risultato tecnico di Wildwood rappresenta uno dei momenti più importanti nella storia recente della stop-motion cinematografica. Laika ha realizzato un universo di dimensioni eccezionali attraverso pupazzi fisici, scenografie costruite materialmente e un lavoro di animazione che richiede di modificare manualmente la posizione dei personaggi tra un fotogramma e l’altro. La produzione ha coinvolto centinaia di professionisti, oltre duecento pupazzi e più di cento ambientazioni, affrontando una complessità che supera quella dei precedenti lungometraggi dello studio. Il film possiede inoltre una durata insolita per questa tecnica: due ore e dodici minuti, un’estensione che permette di sviluppare il mondo narrativo ma aumenta sensibilmente anche le difficoltà produttive.
Ciò che distingue Laika dalle forme più convenzionali dell’animazione digitale non è semplicemente la possibilità di mostrare oggetti reali sullo schermo. È la presenza di una materia che reagisce alla luce, occupa uno spazio concreto e conserva piccole irregolarità capaci di rendere più credibili le immagini. I tessuti possiedono una consistenza percepibile, i corpi degli animali sembrano avere peso e le scenografie restituiscono la sensazione di luoghi che potrebbero essere esplorati fisicamente. Anche quando la narrazione introduce elementi impossibili, la loro realizzazione artigianale mantiene un rapporto riconoscibile con la realtà.
La direzione della fotografia è affidata a Caleb Deschanel, sei volte candidato all’Oscar, qui alla sua prima esperienza in un lungometraggio realizzato interamente in stop-motion. Il suo contributo è particolarmente significativo nella costruzione della luce e della profondità degli ambienti. La foresta non appare come uno sfondo decorativo, ma come uno spazio capace di modificare continuamente il proprio carattere attraverso ombre, colori e prospettive. Le zone più luminose suggeriscono possibilità di scoperta, mentre i passaggi oscuri introducono una sensazione di minaccia che non richiede necessariamente la presenza immediata di un antagonista.

La regia utilizza questa ricchezza visiva per costruire un’avventura di proporzioni quasi epiche. Le sequenze aeree, gli scontri tra fazioni e la varietà delle creature richiedono una gestione dello spazio molto più elaborata rispetto alle ambientazioni prevalentemente domestiche di alcuni precedenti film Laika. Il rischio era trasformare l’ambizione produttiva in una dimostrazione di abilità tecnica fine a se stessa. Wildwood evita spesso questo problema perché gli ambienti non sono indipendenti dai personaggi: la vastità della foresta rende percepibile la piccolezza di Prue, mentre la presenza di eserciti e strutture politiche mostra quanto la sua ricerca personale finisca per intrecciarsi con conflitti più grandi.
L’animazione raggiunge risultati particolarmente convincenti anche nelle espressioni dei personaggi. I volti riescono a comunicare esitazione, paura e affetto senza rinunciare alla natura materiale dei pupazzi, una qualità fondamentale per un racconto nel quale le relazioni emotive devono convivere con una spettacolarità sempre crescente. È proprio questa capacità di rendere intimi personaggi immersi in un mondo gigantesco a impedire che il film diventi soltanto un catalogo di meraviglie.
Alexandra, il dolore trasformato in ossessione: il lato più oscuro del film
Uno degli aspetti narrativi più riusciti riguarda Alexandra, interpretata vocalmente da Carey Mulligan, figura centrale negli equilibri del regno nascosto nella foresta. La donna è segnata dalla perdita del figlio e ha trasformato il lutto in un’ossessione che influenza profondamente le sue decisioni. Il personaggio non viene presentato come una semplice antagonista interessata al potere: la sua posizione nasce da una sofferenza autentica, deformata progressivamente dall’incapacità di accettare ciò che è accaduto.
Alexandra costituisce il contrappunto adulto alla vicenda di Prue. Entrambe sono definite dal rapporto con qualcuno che rischiano di perdere o che hanno già perduto, ma reagiscono in maniera profondamente differente. La protagonista cerca di recuperare il fratello assumendosi responsabilità sempre maggiori, mentre Alexandra sembra incapace di immaginare una vita nella quale il passato non possa essere ripristinato. Il film individua così una distinzione importante tra il desiderio di proteggere una persona e la volontà di possederla, soprattutto quando l’amore si trasforma in un tentativo di controllare ciò che non può più essere cambiato.
Questa dimensione permette a Wildwood di affrontare il lutto senza ricorrere a una rappresentazione semplicistica del dolore. La sofferenza non rende automaticamente migliori e può generare comportamenti distruttivi, soprattutto quando una persona rifiuta di riconoscere i limiti della propria capacità di intervenire sul mondo. Alexandra non perde per questo ogni responsabilità morale, ma la conoscenza delle sue motivazioni impedisce di considerarla soltanto un ostacolo da eliminare per consentire alla protagonista di raggiungere il proprio obiettivo.

La prova vocale di Carey Mulligan contribuisce alla complessità del personaggio, evitando di ridurre la sua presenza a un’esibizione di malvagità. Il controllo della voce e l’alternanza tra fragilità e autorità restituiscono un’antagonista la cui inquietudine nasce soprattutto dalla convinzione di poter giustificare le proprie azioni attraverso la sofferenza subita. È una caratterizzazione adulta, coerente con una storia che non teme di mettere i giovani spettatori davanti a emozioni difficili.
Un cast vocale straordinario, tra animali parlanti e personaggi memorabili
L’universo di Wildwood deve una parte importante della propria vivacità alla presenza di figure secondarie capaci di possedere una personalità riconoscibile. Angela Bassett presta la voce al Generale, una gigantesca aquila, mentre Mahershala Ali interpreta Brendan, il Re dei Banditi, figura destinata ad assumere un ruolo importante nel percorso della protagonista. Awkwafina dà voce a Septima, una topolina che stringe un legame significativo con Curtis, e Richard E. Grant interpreta il Gufo Rex, personaggio nel quale l’umorismo diventa uno strumento efficace per alleggerire la tensione senza interrompere la credibilità del mondo fantastico.

Tra gli interpreti figura anche Tom Waits, chiamato a dare voce a Maksim, comandante delle forze al servizio di Alexandra. La sua presenza aggiunge una componente particolarmente riconoscibile a un cast che comprende inoltre Jake Johnson, Maya Erskine, Amandla Stenberg, Tantoo Cardinal, Charlie Day e Jemaine Clement. Non si tratta soltanto di nomi importanti utilizzati per aumentare l’attrattiva commerciale del film: la varietà delle voci contribuisce a distinguere personaggi appartenenti a specie, ambienti e tradizioni differenti.
L’umorismo funziona soprattutto quando nasce dalle contraddizioni interne a questo mondo. Gli animali possiedono comportamenti e ruoli umani, ma conservano caratteristiche che li rendono immediatamente riconoscibili. La loro serietà nel discutere questioni politiche o militari può generare situazioni comiche senza bisogno di interrompere continuamente il racconto con riferimenti alla cultura contemporanea. È una scelta particolarmente apprezzabile in un panorama dell’animazione nel quale la battuta autoreferenziale viene talvolta utilizzata per compensare la debolezza dei personaggi.
La sceneggiatura di Chris Butler, già legato a Laika attraverso ParaNorman e Missing Link, dimostra una particolare attenzione per il rapporto tra meraviglia e comportamento umano. I personaggi possono essere eccentrici, ma le loro reazioni possiedono motivazioni riconoscibili. Il film riesce così a costruire un mondo fantastico nel quale le creature più improbabili risultano spesso credibili proprio perché reagiscono secondo emozioni molto concrete.

La durata di Wildwood è il suo limite? Quando l’ambizione rallenta la fiaba
L’aspetto più discutibile di Wildwood riguarda la gestione della sua enorme struttura narrativa. Con 132 minuti di durata, il film possiede dimensioni inconsuete per una produzione animata rivolta anche alle famiglie e sceglie di dedicare ampio spazio alle geografie, alle fazioni e ai personaggi del regno nascosto. La ricchezza dell’universo rappresenta certamente un punto di forza, ma comporta anche il rischio di allontanare temporaneamente lo spettatore dalla relazione emotiva che sostiene l’intera avventura: quella tra Prue e il fratellino scomparso.
Non tutte le deviazioni narrative possiedono la stessa intensità. Alcuni incontri contribuiscono direttamente alla crescita dei protagonisti, mentre altri sembrano soprattutto necessari per mostrare la complessità del mondo immaginato da Meloy. Questa impostazione richiama le grandi saghe fantasy letterarie, nelle quali l’esplorazione di un universo può diventare importante quanto il raggiungimento dell’obiettivo iniziale. Sullo schermo, tuttavia, il passaggio tra una comunità e l’altra richiede un equilibrio particolarmente attento per evitare che la progressione emotiva venga interrotta.
Anche il numero elevato di personaggi secondari rappresenta una scelta ambiziosa ma non sempre priva di conseguenze. Laika riesce a rendere memorabile l’aspetto delle creature, ma la ricchezza visiva non garantisce automaticamente a tutte uno sviluppo narrativo equivalente. Alcune figure conquistano immediatamente l’attenzione grazie alla combinazione tra design e interpretazione vocale, mentre altre rimangono legate soprattutto alla funzione che svolgono nell’avanzamento della storia.
Il film recupera però gran parte della propria forza quando torna a concentrarsi sul rapporto tra Prue e Curtis. La loro crescita rimane il riferimento umano più importante, perché permette di osservare due adolescenti costretti ad affrontare responsabilità che nessuno dei due aveva immaginato. L’avventura modifica progressivamente il modo in cui si guardano, sostituendo ai giudizi iniziali una conoscenza costruita attraverso la paura, il coraggio e la fiducia reciproca.

La durata può inoltre rappresentare un ostacolo per gli spettatori più piccoli, soprattutto considerando la presenza di sequenze realmente inquietanti. Wildwood non è un film d’animazione concepito per offrire un intrattenimento costantemente rassicurante: affronta morte, perdita e violenza fantastica con una serietà che ne giustifica la classificazione americana PG-13. È un aspetto da considerare nella scelta della visione, ma non necessariamente un difetto artistico. Al contrario, testimonia la volontà dello studio di non sacrificare la complessità della storia per renderla accessibile indistintamente a ogni fascia d’età.
Wildwood e l’eredità di Coraline e Kubo: Laika ritrova il coraggio delle grandi fiabe
Il confronto con Coraline e Kubo e la spada magica è inevitabile, perché Wildwood riprende alcuni degli elementi che hanno reso riconoscibile il cinema Laika: protagonisti giovani, mondi apparentemente meravigliosi che nascondono minacce concrete e una concezione della fantasia profondamente legata alle esperienze emotive dell’infanzia.
In Coraline, il desiderio di trovare una famiglia apparentemente migliore conduceva la protagonista verso un universo nel quale l’amore diventava possesso. In Kubo e la spada magica, la memoria e il lutto assumevano una forma fantastica attraverso il racconto di un bambino costretto a confrontarsi con il passato della propria famiglia. Wildwood appartiene alla stessa tradizione, ma amplia considerevolmente le dimensioni dell’avventura, trasformando il percorso personale della protagonista in un confronto con un intero mondo attraversato da conflitti.
La differenza principale riguarda proprio la scala. Coraline costruiva gran parte della propria inquietudine attraverso spazi familiari e ambienti chiusi; Kubo utilizzava una struttura vicina alla leggenda e al racconto epico; Wildwood recupera invece la tradizione del fantasy letterario, con territori separati, comunità contrapposte e creature che sembrano provenire da un immaginario antico. Il risultato richiama per certi aspetti le grandi storie nelle quali il passaggio attraverso una soglia conduce i protagonisti in una realtà governata da regole completamente differenti.

Knight dimostra di comprendere che una fiaba funziona soltanto quando il mondo fantastico riesce a modificare chi lo attraversa. Prue non può tornare a essere la stessa persona che aveva portato il fratellino al parco, così come Curtis non può continuare a considerarsi soltanto il ragazzo impacciato che conoscevamo all’inizio. Le esperienze vissute nella foresta diventano quindi una forma di crescita, nella quale il coraggio non coincide con l’assenza di paura, ma con la disponibilità ad agire nonostante le proprie fragilità.
È questa profondità emotiva a impedire che il film venga ricordato soltanto per la sua straordinaria complessità produttiva. L’animazione è il linguaggio attraverso il quale la storia prende forma, ma sono le relazioni e le contraddizioni dei personaggi a darle un significato duraturo.
Il verdetto: Wildwood è uno dei grandi risultati dell’animazione contemporanea
Wildwood rappresenta una delle dimostrazioni più convincenti del valore artistico della stop-motion contemporanea. Laika ha affrontato una produzione di dimensioni eccezionali senza rinunciare alla qualità materiale e alla sensibilità visiva che contraddistinguono il suo cinema. L’immaginazione di Colin Meloy e Carson Ellis trova una forma cinematografica capace di rendere credibile un universo popolato da animali parlanti, eserciti improbabili e creature fantastiche, mentre la regia di Travis Knight restituisce alla fiaba una componente oscura che molte produzioni rivolte alle famiglie tendono a ridimensionare.
Il film possiede una straordinaria capacità di trasformare il lavoro artigianale in emozione cinematografica. La luce che attraversa la foresta, il movimento degli animali e la consistenza degli ambienti contribuiscono a costruire un mondo che non sembra semplicemente disegnato, ma realmente esistente. La fotografia di Caleb Deschanel e il lavoro degli animatori permettono alle immagini di raggiungere una profondità insolita, dimostrando quanto la materialità della stop-motion possa diventare un linguaggio espressivo autonomo.

La sceneggiatura riesce inoltre a conservare un nucleo emotivo riconoscibile, soprattutto attraverso il rapporto tra Prue e Curtis e la complessità del personaggio di Alexandra. Il racconto affronta il lutto, la responsabilità e la paura di perdere le persone amate senza ridurre questi temi a semplici spiegazioni morali. Il risultato è un’avventura capace di coinvolgere anche un pubblico adulto, pur mantenendo la dimensione immaginifica del romanzo originale.
Non mancano alcuni limiti. La durata superiore alle due ore e l’abbondanza di personaggi possono appesantire il percorso narrativo, soprattutto nei passaggi in cui la descrizione del mondo fantastico prevale temporaneamente sulla crescita dei protagonisti. L’ambizione di costruire un’epopea comporta qualche dispersione e richiede allo spettatore una disponibilità maggiore rispetto a quella normalmente associata all’animazione familiare.
Sono però difetti che non compromettono il risultato complessivo. Wildwood è un film capace di stupire senza dimenticare ciò che rende importante una storia: le emozioni di chi la vive. Laika dimostra ancora una volta che l’animazione non deve necessariamente diventare più semplice per raggiungere un pubblico ampio, e che anche una vicenda popolata da animali parlanti può affrontare questioni dolorose con sensibilità e profondità.

Il giudizio finale è quello di un’opera eccellente, tra i risultati più ambiziosi e riusciti dello studio. Non è la perfezione tecnica a renderla memorabile, ma la capacità di mettere quella perfezione al servizio di una fiaba che sa essere tenera, inquietante e sorprendentemente adulta. In un panorama dominato dall’animazione digitale, Wildwood ricorda quanto possa essere potente un cinema costruito attraverso il tempo, la pazienza e il lavoro concreto di centinaia di artisti.
La foresta di Travis Knight invita a entrare in un luogo meraviglioso, ma non promette che il viaggio sarà privo di paura. È proprio questa la sua qualità più preziosa: ricordarci che le fiabe migliori non servono a nascondere l’oscurità del mondo, ma a insegnarci come attraversarla.
