Dopo la serie di successo Baby (2018-2020), il collettivo Grams* (Re Salvador, Antonio Le Fosse, Marco Raspanti, Eleonora Trucchi, Giacomo Mazzariol) firma un altro prodotto per Netflix, Briganti. La storia esce sulla piattaforma di streaming nel 2024 e tratta del fenomeno del brigantaggio nell’Italia meridionale post unitaria.
Fin dal primo episodio, viene messo in scena un mosaico geografico e dialettale. La narrazione infatti si apre in Basilicata, nel 1862, un anno dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia. Ad accorrere in quelle terre però non sono solo gli autoctoni, ma anche diverse bande provenienti da altre regioni del Sud. Ci sono gli ex garibaldini siciliani, ci sono i campani scappati ai Borbone, ci sono i calabresi. La Basilicata diventa la Campania, che diventa la Sicilia, che diventa la terra di nessuno. Tutti stanno creando alleanze, si stanno studiando da lontano o da vicino, per combattere per quel territorio, per il fu Regno delle Due Sicilie, per il loro Meridione. Il nemico è l’esercito dei piemontesi guidato dal generale Fumel (Pietro Micci), i nordici. Ma, come ogni battaglia che si rispetti, ci sono vere alleanze e finte alleanze, veri amici, e anche veri nemici.
Nell’ibridarsi dei confini, assistiamo anche a un mescolarsi degli accenti. Quello che identifichiamo come “forestiero” è spesso dato solo da alcune pennellate di trama – “i calabresi” – o da alcuni, pochi, riferimenti geografici – Mignano, Caserta. Capiamo così subito che con la brigantessa Maria Oliverio, alias Ciccilla (Ivana Lotito), proveniente dalla Sila e con il marito Pietro Monaco (Orlando Cinque), anch’egli brigante, ex soldato nell’esercito borbonico ed ex garibaldino, c’è poco da scherzare. Loro sono i capi della temibile banda Monaco, quelli che hanno sfidato le tenebre delle montagne deserte, dei dirupi, che hanno schivato le imboscate, che hanno ucciso parenti – Ciccilla la sorella – pur di arrivare dove sono arrivati, di sconfiggere i piemontesi. Fra quelle aspirate un po’ troppo marcate – più della zona di Catanzaro che di Cosenza –, fra qualche affricata ridondante – più siciliana che propriamente calabrese –, capiamo che troppo in là non possiamo spingerci, se non vogliamo finire anche noi nella boscaglia.
Insieme a Ciccilla e a Pietro, a Celestino (Leon de la Vallée), a Jurillo (Federico Ielapi), c’è Filomena De Marco (Michela De Rossi). Filomena è una ex contadina, data in sposa al signore del villaggio, che però la violenta e la maltratta. Filomena è ribelle, volitiva, indomabile. Non le basta questa vita, non la vuole. Si unisce infatti alla banda dei Monaco, accanto a Ciccilla, diventa sua sorella, anche se quella biologica Ciccilla l’ha già giustiziata.

Cosimo Giordano, Ernesto D’Argenio racconta la costruzione del personaggio
C’è però in questo mosaico un altro punto nevralgico: i due personaggi “jolly”, Cosimo Giordano (Ernesto D’Argenio) e Giuseppe Schiavone (Marlon Joubert), detto “Lo Sparviero”. Il dissing fra di loro si mette in scena dall’episodio uno. Cosimo è appartenente alla famiglia Giordano e sembra quasi rappresentare nella serie una sorta di mitica Cassandra, colui che capisce tutto prima ancora che anche noi spettatori siamo in grado di comprendere.
Nel conflitto messo in scena fra Cosimo Giordano e Giuseppe Schiavone, si va delineandosi una specie di conto in sospeso fra i due. Quanto della backstory dei due personaggi influisce sull’interpretazione del suo di personaggio, Cosimo, e sulla messa in scena di un attrito già avvertito?
“Ho immaginato un passato comune, forse nell’esercito borbonico, fatto di battaglie, rivendicazioni, tradimenti e ferite. Un passato che non ha una sua corrispondenza storica documentata, ma che mi ha permesso di costruire una relazione psicologicamente verosimile e di attraversare anche luoghi oscuri, di grande intensità emotiva. Ho cercato di immaginare quali sentimenti e quali ferite potessero legare uomini che avevano vissuto un momento così dirimente per la storia d’Italia”.
Sembra quasi che a un certo punto della narrazione il personaggio di Cosimo venga presentato come “matto”, quello assetato di sangue e di vendetta. Se è vero, com’è vero, che ogni spettatore, così come ogni lettore, vede e legge ciò che vuole vedere e leggere nella psicologia di ogni protagonista, qual è il confine, da attore, fra la motivazione/giustificazione di trama e la resa attoriale personale?
“Credo sia fondamentale partire dal contesto storico e dalle condizioni sociali in cui si svolge questa vicenda. La ricerca è stata un percorso in cui ogni tassello mi apriva la strada a quello successivo, fino ad arrivare a territori sempre più oscuri e complessi.
Sono partito dai dati storici relativi a Cosimo Giordano, integrandoli con un lavoro di intuizione e immaginazione sulla sua storia personale. In particolare, da un episodio estremamente drammatico: l’uccisione del padre davanti ai suoi occhi, quando era ancora giovane, per un debito contratto con un uomo che gli aveva prestato denaro per acquistare del bestiame.
Ho immaginato quanto un’esperienza simile, in un contesto già attraversato da soprusi e ingiustizie, potesse segnare profondamente un uomo. E del resto l’ingiustizia, che è ancora molto presente nella nostra società, ha semplicemente imparato a mascherarsi e ad assumere forme diverse.
Mi ha colpito anche la natura camaleontica del personaggio storico: un uomo passato dall’esercito borbonico a quello piemontese, poi al brigantaggio, capace persino di inserirsi nelle trame della politica italiana, fino a concludere la propria vita al confino in Sicilia.
Ho visto in lui una personalità incapace di rimanere imbrigliata nelle regole e nei limiti imposti dall’esterno. Una sorta di follia, se vogliamo, non in senso patologico o negativo, ma come bisogno di superare continuamente il limite, di cercare una forma di libertà, quasi anche spirituale, che andasse oltre ciò che gli era consentito”. Cosimo appare linguisticamente ben connotato, al contrario dell’antagonista Schiavone. Ha infatti un chiaro accento campano.

Quanto è stato complesso modularsi sul suo dialetto?
“È stato abbastanza naturale. Ho una certa dimestichezza con le lingue e una sensibilità particolare per i suoni e le cadenze. In questo caso, poi, il campano appartiene anche alla mia storia familiare. È stato, quindi, in qualche modo, un ritorno a qualcosa che fa parte di me: ho attinto alla mia memoria, alle mie origini, ma ho cercato anche di entrare fisicamente nei luoghi del personaggio. Sono andato a visitare anche la sua casa e i territori in cui si muoveva Cosimo Giordano durante gli anni dell’Unità d’Italia. Ho cercato, insomma, di conoscere non soltanto la sua lingua, ma anche il paesaggio e l’ambiente in cui aveva vissuto”.
Il tesoro del Sud e il confine tra ricostruzione storica e finzione
Ora, cosa unisce tutti questi personaggi eterogenei, al di là della comune lotta contro il Nord? Qui entra in ballo l’oro. Niente a che vedere con l’altrettanto mitica Età dell’Oro, ma con un oro materiale. Tempo addietro, è stato nascosto un tesoro, il tesoro del Sud. Tantissime monete d’oro massiccio, sotterrate non si sa esattamente dove. A indicare il punto preciso, c’è una mappa. Inizia così non solo una caccia all’oro, ma una caccia all’uomo. Chi ha questa mappa? Chi conosce il punto preciso?
Il dramma storico si trasforma progressivamente in una sorta di giallo, un Cluedo in cui ogni personaggio comincia a nutrire dei sospetti sul prossimo. Cadono le maschere e ciò che viene fuori non è altro che la storia più antica della storia d’Italia stessa: homo homini lupus. Nient’altro che l’essenza dell’uomo messo alle strette. Tutti cercano il tesoro per riscattarsi, per liberarsi. Tutti vogliono solo quelle monete, e farebbero qualsiasi cosa pur di ottenerle. Letteralmente, anche tradirsi.
La trama di Briganti, data l’ambientazione storica, trova un terreno comune con diverse altre narrazioni sul tema. Fra tutte, mi viene in mente un romanzo corposo che è Italiana dello scrittore Giuseppe Catozzella (Mondadori, 2021), incentrato sulla figura della brigantessa Ciccilla, qui personaggio con un ruolo altrettanto importante. Le variazioni e differenze, se confrontate, sono parecchie e tangibili, sebbene possano trovare facile giustificazione attraverso il mezzo narrativo stesso, soggetto in sé a variabili a volte imperscrutabili, dettate dalla penna degli autori. Quanto questa fitta rete narrativa, su un argomento storico così massiccio, può influenzare la resa della messinscena nella sua totalità? In altre parole, pur essendo il suo personaggio certamente non quello di Ciccilla nello specifico, che peso ha la documentazione dei fatti storici e delle eventuali altre trasposizioni narrative per l’interpretazione attoriale e la resa del prodotto finale?
“Mi sono documentato sul fenomeno del brigantaggio, ma ho cercato soprattutto di avvicinarmi a questa storia da un punto di vista emotivo. Perché non bisogna dimenticare che la storia è fatta di persone, e le persone sono fatte di desideri, bisogni, ferite, sogni e delusioni. A volte sono proprio ragioni molto semplici, persino banali, a determinare eventi enormi. Per questo, accanto alla documentazione, lascio sempre molto spazio al sentire e all’immaginazione, cercando di mettermi nelle condizioni umane dei personaggi. Anche perché, come sappiamo, la storia la scrive sempre chi vince”.
Antonio Le Fosse, Steve Saint Leger e Nicola Sorcinelli ci mostrano attraverso una narrazione fluida condita da una colonna sonora contemporanea e sorprendente (curata da Michele Braga con la voce di Raiz, anche cantante della sigla di Mare fuori), il volto più nascosto di un’Italia fondata su contraddizioni che ancora oggi viviamo e respiriamo, un’Italia dai confini imprecisi, dagli accenti mischiati, dalle connotazioni fittizie e talvolta faziose. Un’Italia che mostra questo volto schizofrenico nel privato prima ancora che nelle questioni politiche, ché queste ultime, in fondo, non sono altro che un prodotto delle prime, proprio come quegli uomini e quelle donne che si sono fatti briganti e brigantesse per sfuggire e sottrarsi ai soprusi intimi, alla legge del padrone, a un’Italia che, ancora prima di nascere davvero, viene fuori dal sangue di molti per il benessere di pochi.

Dopo l’interpretazione di Cosimo Giordano, ho avuto il piacere di vederla in altri panni, come in quelli di Roberto nel film Ma chi ti conosce? (Francesco Fanuele, 2024), o nella più recente serie Libera (Giuseppe Mazzella, 2026), cosa ci aspetta ora, da spettatori? Ha nuovi progetti in cantiere, cinematografici e non?
“Mi piacerebbe raccontare le contraddizioni del nostro tempo attraverso i personaggi che lo abitano, reali o immaginari, che possano diventare in qualche modo simbolici di questa epoca.
Sto lavorando, come sempre, ma per il momento non posso anticipare nulla. Posso dire soltanto che io lavoro sempre e non lavoro mai. Amo profondamente quello che faccio. Perché la recitazione non è l’arte di fingere, come molti pensano, ma la capacità di capire.
È un atteggiamento che cerco di applicare in ogni aspetto della vita: che mi trovi a parlare con un carrozziere di Frosinone, un ingegnere del CERN, un cuoco di arepas o un bambino di cinque anni, cerco sempre di capire cosa muove chi ho davanti. In fondo, per me, il lavoro dell’attore comincia proprio lì”.
