Prima arriva la caduta. Poi gli anni lontano dal ring, una vita apparentemente ricostruita e infine quell'evento capace di riaprire una porta che sembrava chiusa per sempre. Da quel momento partono allenamenti, dolore, sudore, vecchie ferite e inevitabilmente la possibilità di un ultimo combattimento.

Beast conosce perfettamente il manuale dello sport movie e non prova praticamente mai a nasconderlo. Il film diretto da Tyler Atkins sceglie anzi di affidarsi proprio alla familiarità della formula: un ex campione deve ritrovare prima se stesso e soltanto dopo la capacità di combattere.

È cinema costruito sui meccanismi più elementari del genere, nel bene e nel male. Perché se è difficile essere realmente sorpresi da ciò che accade, è altrettanto vero che vedere qualcuno rialzarsi dopo essere caduto continua ad avere una forza narrativa quasi primitiva. Il problema di Beast è che spesso sembra accontentarsi proprio di quella.

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Daniel McPherson torna sul ring per un ultimo combattimento

Al centro della storia c'è Patton James, interpretato da Daniel McPherson, un tempo grande nome delle MMA e ormai lontano dai combattimenti da circa dieci anni. Una crisi personale lo ha spinto ad abbandonare quella vita e quando lo ritroviamo il ring sembra appartenere definitivamente al passato.

Patton ha una famiglia, lavora come pescatore e ha costruito un'esistenza completamente diversa. Il classico equilibrio destinato, naturalmente, a durare poco.

Quando suo fratello Malon, interpretato da Mojean Aria, viene brutalmente sconfitto dal campione Xavier, Patton decide infatti di rimettere i guantoni. Il bersaglio è proprio Xavier, interpretato da Bren Foster, dominante campione dell'ONE Championship che diventa contemporaneamente avversario sportivo e catalizzatore di una vendetta molto personale. Il corpo, però, non è più quello di dieci anni prima. Ed è qui che entra in gioco Sammy.

Russell Crowe è il vecchio maestro che Patton deve riconquistare

Russell Crowe, anche tra gli autori della sceneggiatura insieme a David Frigerio, interpreta Sammy, l'ex allenatore di Patton. Il suo ruolo non occupa necessariamente il centro della storia, ma rappresenta uno dei punti fondamentali del percorso del protagonista.

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Sammy è inizialmente contrario all'idea di riportarlo sul ring. Sa cosa significa tornare a combattere dopo così tanto tempo e conosce meglio di Patton il prezzo che un corpo deve pagare quando cerca di comportarsi come se gli anni non fossero mai passati.

Il personaggio appartiene chiaramente alla grande tradizione dei maestri cinematografici: burbero, ferito dal passato, dispensatore di insegnamenti e inevitabilmente pronto a diventare qualcosa di più di un semplice allenatore.

Crowe possiede abbastanza presenza scenica da dare consistenza anche ai passaggi più convenzionali, ma nemmeno lui può nascondere quanto Beast proceda quasi sempre lungo binari già percorsi decine di volte.

Beast funziona meglio quando smette di parlare

Le cose migliorano quando arriva il momento di combattere. Tyler Atkins dimostra di sapere come utilizzare il ring, seguendo i corpi e cercando il peso fisico degli scontri senza trasformarli soltanto in una sequenza di montaggio ipercinetica. I combattimenti hanno energia, restituiscono la fatica e soprattutto riescono a sfruttare ciò che rende da sempre gli sport da combattimento particolarmente efficaci sul grande schermo.

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Nel ring ogni conflitto diventa visibile. Non servono metafore particolarmente sofisticate: paura, rabbia, orgoglio e bisogno di riscatto finiscono dentro un pugno. Ed è probabilmente qui che Beast trova la propria dimensione migliore.

Quando invece il film rallenta per approfondire i personaggi, emerge maggiormente la debolezza della scrittura. Dialoghi e discorsi motivazionali insistono molto sulle grandi verità della vita, sul valore del tempo, sulla memoria e sulla necessità di cogliere il momento. Temi legittimi, naturalmente. Ma vengono sottolineati con tale insistenza da perdere parte della loro efficacia.

Una storia di redenzione che conosciamo fin troppo bene

Il problema principale non è semplicemente la prevedibilità. Uno sport movie non deve necessariamente reinventare il genere per funzionare. Rocky stesso ha generato decenni di film costruiti attorno alla medesima idea di caduta, disciplina e riscatto, proprio perché quella struttura continua a parlare allo spettatore.

Serve però qualcosa che renda quella particolare caduta diversa dalle altre. Ed è ciò che a Beast manca maggiormente. Patton possiede tutti gli elementi necessari per diventare un protagonista emotivamente potente, ma il film tende a presentarli come caselle da spuntare: il passato tormentato, la famiglia, il fratello, il vecchio allenatore, il campione apparentemente imbattibile, gli allenamenti e l'appuntamento definitivo sul ring.

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La macchina narrativa funziona, ma raramente sorprende. Anche la durata, vicina alle due ore, finisce per rendere più evidenti questi limiti. Una storia così lineare avrebbe probabilmente beneficiato di maggiore essenzialità, evitando che alcuni passaggi emotivi venissero amplificati fino a perdere forza.

Il fascino dello sport riesce comunque a tenere in piedi Beast

Eppure qualcosa continua a funzionare. Perché il cinema sportivo possiede una strana capacità di trasformare anche la storia più prevedibile in un'esperienza emotiva. Sappiamo che arriverà l'allenamento. Sappiamo che ci sarà il momento in cui il protagonista sembrerà non farcela. Sappiamo che prima o poi dovrà entrare nel ring.

E continuiamo comunque a guardare. Beast vive di questa forza riflessa. Daniel McPherson sostiene fisicamente bene il ruolo, Crowe aggiunge peso alle scene in cui compare e Atkins sa dare dinamismo ai combattimenti. Quando il film si concentra sul rumore dei colpi, sul fiato corto e sulla resistenza dei corpi, riesce perfino a far dimenticare per qualche minuto quanto sia familiare tutto ciò che lo circonda. Il problema è quello che rimane una volta terminato il combattimento.

Beast: un film che fa il suo mestiere, senza lasciare il segno

Beast è esattamente il film che promette di essere, ed è contemporaneamente il suo pregio e il suo limite più evidente. Chi cerca un dramma sportivo lineare, fisico e pieno di combattimenti troverà una storia capace di intrattenere senza richiedere troppo.

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Chi invece spera in una variazione significativa sul tema della redenzione sportiva difficilmente troverà qualcosa di nuovo.

Le MMA funzionano, Russell Crowe funziona, la fisicità di Daniel McPherson funziona. È la storia intorno a loro a sembrare troppo spesso costruita assemblando elementi che conosciamo già.

Non è necessario reinventare Rocky ogni volta che qualcuno sale su un ring. Ma almeno bisognerebbe farci dimenticare, per qualche minuto, di averlo già visto. Beast ci riesce soltanto quando cominciano a volare i pugni.