James Gunn difende apertamente Clayface e, a poche settimane dall’uscita del film nelle sale, trasforma una critica arrivata sui social in una dichiarazione programmatica sul futuro dei DC Studios. Il co-CEO dello studio ha risposto a un utente che si chiedeva chi avesse mai chiesto un film dedicato a un villain relativamente poco conosciuto come Clayface, spiegando che il cinema non dovrebbe nascere da un sondaggio sulla popolarità delle proprietà intellettuali, ma dall’incontro tra un’idea forte e autori realmente interessati a raccontarla. Il film diretto da James Watkins arriverà in Italia il 22 ottobre con Tom Rhys Harries nel ruolo di Matt Hagen e rappresenta forse il test più chiaro della filosofia che Gunn e Peter Safran stanno cercando di applicare al nuovo DCU: non soltanto Superman, Batman e Wonder Woman, ma anche personaggi secondari capaci di sostenere storie autonome se dietro di loro esiste una visione sufficientemente forte.
La discussione è partita da una domanda brutale e semplicissima: perché realizzare proprio Clayface? Gunn ha risposto elencando una serie di film che nessuno aveva “chiesto” prima che esistessero. «Chi aveva chiesto Ritorno al futuro? Casablanca? Tutto può succedere? Il labirinto del fauno? Fury Road? Weapons? Matrix?», ha scritto, contestando l’idea che il valore potenziale di un progetto debba essere misurato sulla riconoscibilità del marchio prima ancora che il film venga realizzato. Poi ha aggiunto: «Anche se può sembrare così, Hollywood non è un posto in cui l’unico modo per realizzare un film è far votare il pubblico su quale IP vuole vedere, dopo averla già vista innumerevoli volte». È una risposta che va ben oltre la difesa di un singolo titolo e tocca uno dei problemi centrali dell’Hollywood contemporanea: quanto deve contare ciò che il pubblico già conosce e quanto spazio può ancora essere lasciato alla sorpresa?

Clayface diventa il manifesto della strategia DC
Il punto di Gunn non è che la popolarità non abbia alcun valore. È che non dovrebbe essere il criterio iniziale con cui si decide quali storie meritano di esistere. E Clayface è probabilmente il caso ideale per dimostrarlo, perché il personaggio appartiene da decenni alla mitologia di Batman ma non possiede il peso commerciale immediato di Joker, Harley Quinn o dello stesso Cavaliere Oscuro. È quindi un progetto che, almeno sulla carta, non nasce dall’urgenza di capitalizzare un’icona già onnipresente, ma dalla possibilità di trasformare una figura secondaria in protagonista di qualcosa di diverso.
Gunn lo ha chiarito nel secondo intervento: «A volte qualcuno - in questo caso inizialmente Mike Flanagan e poi James Watkins e Hossein Amini - si è lasciato ispirare da un personaggio relativamente poco conosciuto e ha costruito attorno a quel personaggio una storia che io considero davvero speciale». La frase più significativa arriva subito dopo: «Sceglierei mille volte questa fonte d’ispirazione rispetto a uno sceneggiatore che cerca di guadagnare scrivendo una sceneggiatura senza anima su un personaggio molto popolare per il quale non prova passione e che non sa comprendere». È una presa di posizione netta contro una certa logica industriale che negli ultimi quindici anni ha spesso trasformato i franchise in contenitori da riempire, lasciando che fosse il marchio a venire prima dell’idea.
È anche una filosofia coerente con quanto Gunn ha sostenuto fin dall’inizio del nuovo DCU. L’obiettivo dichiarato non è costruire film esclusivamente perché una casella dell’universo condiviso deve essere riempita, ma sviluppare i progetti quando esiste una sceneggiatura considerata sufficientemente forte. Clayface è forse il primo esempio realmente rischioso di questa impostazione, perché non può affidarsi soltanto alla fama del personaggio per convincere il pubblico a entrare in sala. Deve funzionare come film prima ancora che come tassello di un universo più grande.
Mike Flanagan ha acceso la scintilla, ma il film è diventato di James Watkins
La genesi del progetto racconta bene questa dinamica. Mike Flanagan aveva proposto una storia dedicata a Clayface già nel 2023, immaginando il personaggio attraverso un linguaggio horror molto diverso rispetto al tradizionale cinecomic. Flanagan ha poi lasciato la regia per concentrarsi su altri impegni, tra cui la sua serie Carrie, ma il suo soggetto è rimasto alla base del film. James Watkins, regista di Speak No Evil, ha quindi raccolto il progetto e sviluppato la sceneggiatura insieme a Hossein Amini, trasformandolo nel film che arriverà nelle sale questo mese. Lo stesso Flanagan ha recentemente sottolineato che, pur essendo accreditato come sceneggiatore e autore del soggetto, il risultato finale appartiene ormai completamente alla visione di Watkins.
La storia ufficiale conferma quanto il film voglia allontanarsi dal classico schema supereroistico. Matt Hagen è un giovane cresciuto nelle strade di Gotham che riesce a diventare una star di Hollywood, prima che un boss criminale lo lasci orribilmente sfigurato. Abbandonato anche dal proprio entourage, Matt decide di sottoporsi a un trattamento sperimentale capace di restituirgli il volto, ma il processo compromette progressivamente la sua percezione della realtà e lo trascina in una spirale di vendetta. Clayface non viene quindi presentato come villain già formato, ma come protagonista di una tragedia sulla perdita dell’identità, del corpo e del controllo su sé stessi.
Tom Rhys Harries interpreta Matt Hagen, mentre Naomi Ackie, David Dencik, Max Minghella ed Eddie Marsan completano il cast principale insieme a Nancy Carroll e Joshua James. Matt Reeves figura tra i produttori accanto a Lynn Harris, James Gunn e Peter Safran, elemento che rende ancora più interessante l’equilibrio del progetto tra il nuovo DCU e l’universo cinematografico legato a Gotham. Warner Bros. ha presentato ufficialmente il film come un horror thriller, definizione che lo colloca deliberatamente ai margini del tradizionale racconto supereroistico.

Il vero rischio di Gunn non è Clayface, ma il principio che rappresenta
La scelta di produrre un film su un personaggio relativamente poco noto può sembrare strana soltanto se si accetta l’idea che ogni progetto debba possedere una domanda preesistente. Ma quasi tutta la storia del cinema funziona nella direzione opposta: un pubblico spesso scopre di voler vedere qualcosa soltanto dopo che qualcuno ha avuto l’idea di realizzarlo. È esattamente il senso degli esempi citati da Gunn. Ritorno al futuro, Matrix o Il labirinto del fauno non sono nati perché un fandom chiedeva la loro esistenza; hanno creato il proprio pubblico perché possedevano una visione.
Nel cinema tratto dai fumetti il problema è ancora più evidente. L’enorme disponibilità di personaggi rischia di trasformare ogni decisione in una classifica preventiva: chi è più conosciuto, chi vende più action figure, chi possiede già una base di fan. Ma proprio questa logica può produrre saturazione, perché porta inevitabilmente a utilizzare sempre gli stessi nomi. Gunn sembra voler rovesciare il meccanismo: non chiedere quale personaggio il pubblico conosca già meglio, ma quale personaggio permetta di raccontare la storia più interessante.
È una strategia che naturalmente comporta rischi commerciali. Un film su Superman parte con un riconoscimento globale che Clayface non potrà mai avere. Ma la possibilità di differenziare realmente i progetti potrebbe diventare anche il principale vantaggio competitivo del nuovo DCU. Se ogni film può appartenere a un genere diverso - fantascienza, commedia, horror, thriller, fantasy - l’universo condiviso smette di essere soltanto una sequenza di variazioni sullo stesso modello.

Il trailer di Clayface ha già mostrato una direzione molto più vicina al body horror e al thriller psicologico che al cinecomic convenzionale. Non è difficile comprendere perché Gunn consideri il film una prova importante: se funzionerà, dimostrerà che DC può trasformare personaggi minori in eventi cinematografici senza doverli necessariamente appoggiare a Batman o Superman.
Non tutto deve nascere da ciò che il pubblico già conosce
C’è infine un elemento quasi paradossale nella polemica. Clayface è un personaggio creato nel 1940 e appartiene alla storia di Batman da oltre ottant’anni, eppure viene ancora percepito come una scelta troppo insolita per sostenere un film autonomo. È il segno di quanto il cinema abbia selezionato soltanto una porzione minuscola dell’enorme mitologia DC, lasciando moltissimi personaggi relegati all’animazione, ai fumetti o a ruoli secondari.
Proprio per questo Gunn difende la libertà degli autori di scegliere il materiale che li ispira. Il pubblico può naturalmente decidere se il film meriti il biglietto, ma questa decisione arriva dopo la creazione, non prima. Pretendere che ogni progetto nasca esclusivamente dalla domanda già esistente significa ridurre progressivamente lo spazio per tutto ciò che non è ancora diventato popolare.
È questa, più di Clayface stesso, la vera posta in gioco della discussione. Gunn non sta semplicemente dicendo che Matt Hagen merita un film. Sta sostenendo che uno studio cinematografico dovrebbe avere ancora il diritto di sorprendere lo spettatore. Il pubblico non deve necessariamente chiedere un film su Clayface. Deve soltanto avere una ragione per volerlo vedere quando quel film esiste.
