Un giovane rider attraversa Milano in bicicletta, una consegna effettuata nella notte di Capodanno lo porta dentro una villa fuori dal suo mondo e una decisione impulsiva trasforma quella serata nel punto di non ritorno della sua vita. È da questa corsa che nasce Rider, il film scritto e diretto da Roan Johnson insieme a Davide “Dade” Pavanello, nelle sale italiane dall’8 ottobre con I Wonder Pictures dopo essere stato scelto come titolo di chiusura della 41ª Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Lorenzo Aloi interpreta Sami, giovane lavoratore delle consegne che incontra Nia, interpretata dalla cantautrice Kaze, mentre intorno a loro prende forma una Milano attraversata contemporaneamente da ricchezza e precarietà. Ma la particolarità dell’operazione non è soltanto nella storia: Johnson e Dade hanno provato a costruire un film nel quale rap, dialoghi e immagini appartengano allo stesso linguaggio, fino a rendere difficile stabilire dove finisca la scena e dove cominci la canzone.

Rider dura 86 minuti e porta davanti alla macchina da presa, accanto ad Aloi e Kaze, Kyshan Wilson, Johnny Marsiglia, Levante, Ensi, Rosa Chemical e Axos, con Margherita Vicario e Claudio Santamaria. È una formazione che chiarisce immediatamente quanto la componente musicale non sia stata aggiunta al progetto in un secondo momento per rafforzarne la colonna sonora, ma appartenga alla sua concezione originaria. Il film nasce infatti dall'incontro tra un regista abituato a lavorare sui personaggi e sulle contraddizioni generazionali come Johnson e un musicista e produttore come Dade, storico membro dei Linea 77 e autore che negli ultimi anni ha lavorato sempre più frequentemente tra musica e cinema. L'idea dichiarata dai due autori è semplice quanto ambiziosa: realizzare «un film che si ascolta e un disco che si vede».

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Non è un musical: in Rider il rap sostituisce anche ciò che i personaggi non riescono a dire

La differenza è importante. In un musical tradizionale il racconto può interrompere momentaneamente la propria forma ordinaria e lasciare spazio alla canzone; Rider tenta invece di cancellare progressivamente quella separazione. I dialoghi lavorano su ritmo, rime e assonanze, mentre i brani assumono in alcuni momenti la funzione che normalmente verrebbe affidata a un monologo interiore o a una voce narrante. La musica non commenta semplicemente Sami: entra nella sua maniera di percepire la città, gli altri e ciò che gli sta accadendo.

È probabilmente qui che l'esperimento di Johnson e Dade trova la propria ragione più interessante. Il rap nasce già come racconto in prima persona, cronaca del quotidiano, osservazione della strada e costruzione di un'identità attraverso le parole. Trasportarlo nel cinema soltanto come colonna sonora significherebbe utilizzare una minima parte delle sue possibilità. Rider prova invece a incorporarne la grammatica dentro la struttura stessa del film, lasciando che metrica e montaggio dialoghino tra loro e che un verso possa possedere lo stesso valore narrativo di una battuta.

La scelta comporta inevitabilmente un rischio. Se la fusione non funziona, il film può sembrare una successione di videoclip inseriti dentro una storia; se invece parlato, musica e immagini riescono davvero a contaminarsi, Rider può trovare uno spazio relativamente poco frequentato dal cinema italiano contemporaneo. La Settimana della Critica lo aveva già presentato proprio come un noir metropolitano capace di utilizzare il musical rap per raccontare tanto il coming of age del protagonista quanto il conflitto di classe.

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Non è quindi casuale che la storia cominci da un rider. Sami appartiene a una categoria professionale che vive materialmente attraverso il movimento. Pedala, riceve indicazioni da un'applicazione, attraversa quartieri, suona citofoni e consegna oggetti a persone delle quali vede spesso soltanto la porta di casa. Conosce tutta Milano e contemporaneamente non appartiene quasi a nessuna delle Milano che attraversa. È una condizione perfetta per un film interessato al ritmo, perché il protagonista non può permettersi di stare fermo.

Milano diventa una mappa sociale da attraversare in bicicletta

La notte di Capodanno esaspera questa contraddizione. Mentre la città celebra collettivamente la promessa di un nuovo inizio, Sami continua a lavorare. La consegna di un grande ordine di sushi lo conduce in una villa della periferia nord, in uno spazio nel quale il denaro, la festa e la libertà sembrano appartenere a un pianeta diverso rispetto alle strade percorse fino a quel momento. Lì incontra Nia e per qualche ora entra in un mondo del quale normalmente sarebbe soltanto il corriere lasciato sulla soglia.

Il rapporto tra i due diventa il punto emotivo attraverso cui il film mette in moto il resto della vicenda. Una scelta fatta durante quella notte avrà conseguenze fatali e costringerà Sami a confrontarsi con ciò che ha fatto. La struttura evoca quindi anche il romanzo morale e il noir: desiderio, trasgressione, colpa e conseguenza. Il riferimento a Delitto e castigo che accompagna il progetto non serve tanto a promettere una trasposizione moderna di Dostoevskij quanto a indicare la domanda sulla quale il film insiste: cosa succede dopo che una decisione apparentemente circoscritta ha modificato definitivamente il percorso di una persona?

Milano diventa essenziale proprio perché amplifica quella domanda. Johnson e Dade non la trattano soltanto come una cartolina contemporanea fatta di skyline, luci e locali, ma come una città nella quale mondi economicamente vicinissimi possono essere socialmente separati da una distanza enorme. Sami può attraversarli tutti perché il suo lavoro lo richiede, ma questo non significa che abbia realmente accesso a essi. Il rider diventa così contemporaneamente invisibile e onnipresente: entra per pochi secondi nelle vite degli altri senza che quelle vite debbano necessariamente accorgersi della sua.

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È una delle immagini più pertinenti per raccontare una città governata dalla velocità. Tutto deve arrivare, tutto deve essere consegnato e ogni spostamento possiede un tempo misurabile. Ma proprio dentro questa efficienza Rider prova a cercare ciò che non può essere quantificato: solitudine, desiderio, senso di colpa, attrazione e possibilità di entrare davvero in contatto con un'altra persona.

Il cast musicale non è una vetrina di cameo

La presenza di tanti musicisti potrebbe far pensare a un'operazione costruita principalmente sulla riconoscibilità dei nomi, ma il progetto è stato concepito nella direzione opposta. Johnson e Dade hanno immaginato personaggi e situazioni tenendo conto delle specifiche identità artistiche delle persone coinvolte, facendo quindi entrare il mondo musicale direttamente nella scrittura. I Wonder Pictures conferma un cast nel quale, accanto ai protagonisti, compaiono Johnny Marsiglia, Levante, Rosa Chemical, Ensi e Axos, con la partecipazione di Margherita Vicario e Claudio Santamaria.

Questo permette al film di allargare occasionalmente lo sguardo oltre Sami senza abbandonare il proprio centro. Alcuni personaggi possono attraversare il racconto soltanto per pochi minuti ma lasciare dietro di sé una canzone, una prospettiva o una piccola storia parallela. È quasi una struttura da concept album applicata al cinema: il protagonista rimane la linea principale, mentre le altre voci contribuiscono a costruire il luogo nel quale vive.

Particolarmente significativa è la presenza di Claudio Santamaria nel ruolo del padre di Sami. In un cast fortemente legato a una generazione musicale contemporanea, Santamaria rappresenta quasi un diverso registro narrativo e generazionale. Il conflitto del protagonista non riguarda soltanto la notte che cambia la sua esistenza, ma anche il modo in cui una generazione di giovani adulti prova a costruire un futuro dentro lavori intermittenti e percorsi molto meno lineari rispetto a quelli immaginati dalle famiglie.

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Dade arriva inoltre alla regia dopo un percorso che rende quasi naturale un esperimento simile. La sua esperienza attraversa rock, rap, urban e produzione discografica; nel cinema ha già lavorato alla musica di Gloria! insieme a Margherita Vicario. Con Rider il passaggio è però diverso: non deve più costruire soltanto la musica per un film, ma partecipare alla costruzione del film attraverso la musica.

Quando la canzone cambia, cambia anche l’immagine

La contaminazione non riguarda infatti soltanto la sceneggiatura. Anche la regia cambia comportamento in base alla natura delle sequenze. La dimensione più quotidiana cerca una maggiore aderenza ai personaggi, mentre durante i momenti musicali il film si concede movimenti più elaborati, variazioni di luce e una costruzione visiva capace di allontanarsi dal realismo immediato.

È un passaggio decisivo perché impedisce alla musica di diventare semplicemente audio sovrapposto alle immagini. Ogni brano deve avere una propria fisicità cinematografica e modificare il modo in cui guardiamo ciò che accade. Il film vuole che una canzone possa cambiare contemporaneamente il ritmo della storia e quello dello sguardo.

Non è un'ambizione piccola per un'opera che parte da una vicenda relativamente semplice e da un protagonista che passa buona parte delle proprie giornate su una bicicletta. Ma proprio questa sproporzione sembra essere il motore di Rider. La storia di Sami potrebbe essere raccontata come un piccolo dramma urbano; Johnson e Dade scelgono invece di farla esplodere attraverso la musica, trasformando una notte milanese in un racconto nel quale sentimenti, classi sociali e conseguenze morali possono assumere la forma di una strofa.

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Anche l'album della colonna sonora è pensato come un'estensione autonoma dell'opera, prodotto da Metatron/INRI e distribuito da Universal. Non è un dettaglio commerciale secondario: rafforza l'idea che Rider voglia poter sopravvivere sia come film sia come esperienza musicale, mantenendo un rapporto bidirezionale tra i due linguaggi.

Un esperimento che cerca il linguaggio di una generazione

Il cinema italiano racconta frequentemente i giovani, ma più raramente prova a utilizzare fino in fondo i linguaggi attraverso cui una parte di quella generazione racconta sé stessa. Rider cerca precisamente questo passaggio. Non inserisce semplicemente qualche brano rap per comunicare contemporaneità, ma tenta di capire se il rap possa influenzare dialoghi, montaggio, personaggi e struttura narrativa.

È anche la ragione per cui l'ambientazione professionale di Sami appare particolarmente coerente. Il rider è uno dei simboli più immediati di un presente nel quale libertà apparente e precarietà convivono: puoi scegliere quando collegarti, ma la città e l'algoritmo stabiliscono continuamente il valore del tuo tempo. Puoi muoverti ovunque, ma questo non significa che tu stia realmente andando da qualche parte.

Rider mette quindi insieme due forme di velocità: quella della musica e quella del lavoro contemporaneo. La prima può diventare espressione e identità; la seconda rischia di ridurre l'esistenza a una successione di consegne. Sami si trova esattamente nel punto nel quale queste due traiettorie si incontrano.

L'8 ottobre il film arriva nelle sale distribuito da I Wonder Pictures. E al di là della storia d'amore, del noir e della notte di Capodanno, la sua scommessa resta soprattutto formale: capire se un film italiano possa smettere di usare il rap come semplice colonna sonora e permettergli finalmente di diventare cinema.