Sei candidati, un solo posto e una stanza dalla quale uscire significa essere eliminati: Giorgio Pasotti porta al cinema dall’8 ottobre Sotto a chi tocca, thriller psicologico venato di commedia che trasforma un colloquio di lavoro in un esperimento sulla competizione, sull’ambizione e sulla paura di fallire. Distribuito da Adler Entertainment, il film segna la terza regia dell’attore, che compare anche davanti alla macchina da presa accanto a Giovanna Mezzogiorno, Rocco Papaleo, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio, Linda Messerklinger e Claudia Tosoni.

Quello che dovrebbe essere un normale processo di selezione diventa progressivamente qualcosa di molto diverso. I candidati vengono lasciati insieme, osservati e sottoposti a prove capaci di incrinare rapidamente ogni forma di solidarietà. C'è una sola certezza: chi abbandona la stanza perde ogni possibilità di ottenere il posto. Tutto il resto può essere manipolato, messo in discussione o usato contro gli altri.

Il colloquio di lavoro come esperimento sull'essere umano

Pasotti costruisce così un ambiente chiuso che diventa una piccola rappresentazione della società contemporanea. Non c'è bisogno di uffici affollati, riunioni o grandi aziende mostrate dall'esterno: basta una stanza per mettere davanti allo spettatore persone obbligate a decidere quanto siano disposte a sacrificare pur di prevalere.

rocco papaleo

Il lavoro è il punto di partenza, ma il bersaglio si allarga. C'è la precarietà, naturalmente, ma soprattutto quella trasformazione della competizione in una condizione permanente dell'esistenza: essere valutati, confrontati, classificati, scelti oppure scartati. Non conta più soltanto essere abbastanza bravi. Bisogna dimostrare di esserlo più di qualcuno che ci sta seduto accanto.

È proprio questa pressione a permettere al film di muoversi tra registri differenti. La tensione del thriller psicologico convive con una comicità più amara, alimentata dall'assurdità delle situazioni e dal progressivo sgretolamento delle maschere sociali.

Pasotti ha sintetizzato così la lavorazione: «Un’avventura insieme a persone con cui mi trovo bene e attori di grandissimo talento».

Poi ha spiegato più nel dettaglio la natura del progetto: «L’importanza di persone con cui ti senti vicino per restituire attenzione emotiva al film. Il film ritrae sei protagonisti spiati come cavie da laboratorio. Nella precarietà divenuta emergenza sociale, la competizione impone una lotta feroce, regolata da norme assurde e disumanizzanti. L’atmosfera richiama il thriller psicologico, prove a scatole cinesi alimentano una suspense che coinvolge lo spettatore. Accanto alla tensione, una forte ironia, grazie anche alla penna di Federico Baccomo con cui ho scritto la sceneggiatura. Si verificano situazioni al limite del surreale che sfociano in una comicità nata dall’assurdo, dove cinismo e crudeltà generano risate amare. È stato molto stimolante unire aspetti diversi, in quello che è il film più difficile che ho fatto fino a oggi».

Giovanna Mezzogiorno: «Il finale è un pugno nello stomaco»

Il meccanismo di Sotto a chi tocca chiede molto soprattutto agli interpreti. L'azione fisica lascia spazio alla parola, agli sguardi e ai cambiamenti nei rapporti tra i personaggi. Ogni dialogo può modificare gli equilibri della stanza e ogni candidato deve restare credibile anche quando emergono lati inattesi della sua personalità.

giovanna mezzogiorno

Per Giovanna Mezzogiorno, tornata a dividere il set con Pasotti venticinque anni dopo L'ultimo bacio, proprio questa immobilità apparente ha rappresentato una delle difficoltà maggiori.

«È stato piuttosto difficile da fare, ci sono molte parole e poca azione», ha raccontato. «Mi ha sorpreso molto, vedendolo poi finito. Noi attori abbiamo dovuto mantenere credibilità a personaggi che subiscono molti cambiamenti. Poi è cruciale il tema del lavoro, sempre più al centro della vita e delle difficoltà della gente. Devo dire che non sono invece competitiva, e non lo considero un pregio, forse è un grande difetto. Di fronte a chi si mette in rivalità con me io mi blocco. Ma viviamo in una società che richiede sia empatia che cinismo, sono entrambi fondamentali. Sotto a chi tocca è un film molto psicologico, che porta la mente a fare percorsi incredibili, per arrivare a un finale che è un pugno nello stomaco. Giorgio aveva studiato tutto maniacalmente, da tempo era nella sua testa e si vede. È riuscito a dare movimento e sfaccettature diverse ai dialoghi fra quattro persone chiuse in una stanza».

Papaleo e Fresi, il peso della parola al posto dell'azione

La natura quasi teatrale del progetto ha condizionato anche il metodo di ripresa. Rocco Papaleo ha definito la regia «affascinante e capace di rendere il film più coinvolgente e interessante di quanto abbia visto durante le riprese. Pasotti ha gestito al meglio lunghi piani sequenza, in cui dovevamo recitare come a teatro, memorizzando molte pagine di dialoghi. Ma del resto di Giorgio, che conosco da tanti anni, mi fido da quando un giorno di venticinque anni fa prese mio figlio di due anni e lo lanciò in aria, per poi afferrarlo. Allora capii che potevo fidarmi di lui».

Una battuta perfettamente in linea con Papaleo, ma anche un'indicazione precisa sulla costruzione del film: la macchina da presa non può limitarsi a registrare una conversazione, deve trovare movimento dove apparentemente movimento non esiste.

È la stessa sfida sottolineata da Stefano Fresi, che individua nella scrittura e nella psicologia dei personaggi il vero motore della storia.

«È estremamente interessante proporre una psicologia del genere dietro ai personaggi. Si ha sempre paura di film pieni di parole e con poco movimento o azione, ma la sfida stimola gli spettatori, e troppo spesso si continua a sottovalutarli. Se proponi un contenuto interessante ti seguono e si appassionano. E qui si racconta di un mondo del lavoro vergognosamente attuale, una società in cui poi i giovani sono abituati nei talent a vedere giudici che scelgono e selezionano costantemente, pur non avendo una grande preparazione. Parlare di queste tematiche mi sembra urgente, e lo dico da padre di un ragazzo adolescente».

Dietro la commedia, la ferocia della società italiana

È probabilmente qui che Sotto a chi tocca trova il suo terreno più interessante. Il film utilizza il colloquio di lavoro come detonatore, ma il tema riguarda un meccanismo molto più ampio: la progressiva normalizzazione del giudizio e della competizione.

Il candidato osservato dall'azienda non è così distante dalla persona valutata attraverso risultati, numeri, classifiche, selezioni o performance. E quando essere scelti significa automaticamente assistere all'esclusione di qualcun altro, il confine tra ambizione e cinismo diventa sempre più difficile da individuare.

Pasotti riconosce in questa ferocia un legame con una tradizione precisa del nostro cinema: la commedia all'italiana, capace di provocare la risata mentre racconta comportamenti tutt'altro che rassicuranti.

«A me sembra che in questo momento ci sia la volontà di sperimentare, è come se tutti avessero capito che bisogna osare e avere più coraggio. In fondo anche questo film è una commedia all’italiana, genere che raccontava anche con cattiveria personaggi ispirati alla commedia dell’arte. Le mie maschere vengono da lì».

Dopo Io, Arlecchino del 2015 e Abbi Fede del 2020, Pasotti torna dunque dietro la macchina da presa scegliendo forse il progetto più rischioso dei tre: uno spazio limitato, dialoghi centrali, un gruppo di interpreti chiamato a sorreggere continuamente la tensione e una storia che cerca nell'ironia non una via di fuga, ma un modo ancora più feroce per raccontare ciò che accade.

Perché nella stanza di Sotto a chi tocca la domanda decisiva non sembra essere soltanto chi riuscirà a ottenere il lavoro. È un'altra: quando ottenere qualcosa significa necessariamente sconfiggere qualcun altro, fino a dove siamo disposti ad arrivare?