Susan Sarandon compie oggi, 4 ottobre 2026, 80 anni e raggiunge il traguardo con oltre mezzo secolo di cinema alle spalle, cinque candidature all’Oscar, una statuetta vinta e un’identità pubblica che continua a essere inseparabile dal suo lavoro di attrice. Nata a New York il 4 ottobre 1946, ha attraversato Hollywood senza lasciarsi imprigionare in un genere, passando dal musical al thriller, dal road movie al dramma civile e al melodramma familiare. Una carriera che nel 2026 ha ricevuto anche il Goya Internazionale, assegnatole dall’Academia de Cine spagnola per la sua filmografia e per l’impegno politico e sociale.

Ottant’anni, nel suo caso, sembrano soprattutto un punto d’osservazione privilegiato. Perché Susan Sarandon non è diventata un’icona limitandosi a interpretare grandi personaggi: ha costruito una carriera intorno a donne che rifiutano di essere definite dagli altri, spesso scomode, contraddittorie, ostinate e capaci di mettere in discussione l’ordine nel quale sono state collocate.

Non è difficile trovare un filo tra quelle figure e la donna fuori dallo schermo. Soltanto dieci giorni prima del suo ottantesimo compleanno, il 24 settembre, Sarandon è stata fermata dalla polizia a New York durante una manifestazione organizzata da Jewish Voice for Peace nei pressi della sede delle Nazioni Unite contro la presenza di Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale. Poche settimane prima, alla Mostra del Cinema di Venezia, aveva inoltre raccontato che le sue posizioni a sostegno della Palestina continuavano a costarle opportunità professionali negli Stati Uniti.

l cinema e la vita pubblica, insomma, sembrano continuare a procedere nella stessa direzione. E per capire perché Susan Sarandon sia diventata una delle attrici più riconoscibili della sua generazione bastano cinque film, più un titolo che occupa un posto particolare nella memoria sentimentale del pubblico.

Susan Sarandon, 80 anni vissuti senza scegliere la strada più semplice

Prima dell’Oscar, dei grandi premi e delle copertine c’è stata soprattutto una disponibilità al rischio. Sarandon debutta al cinema nel 1970 con Joe, ma è nella seconda metà del decennio che comincia a prendere forma quella capacità di spostarsi continuamente tra cinema d’autore e cultura popolare.

sarandon

Le cinque candidature agli Academy Awards raccontano da sole l’ampiezza del percorso: Atlantic City, Thelma & Louise, L’olio di Lorenzo, Il cliente e infine Dead Man Walking, che nel 1996 le consegna l’Oscar come migliore attrice protagonista.

Ma ridurre Sarandon ai premi significherebbe raccontarne soltanto una parte. La sua vera particolarità è avere trasformato personaggi molto diversi in variazioni dello stesso tema: donne che arrivano a un punto in cui obbedire non è più possibile.

Thelma & Louise, la fuga che è diventata un simbolo

Se bisogna scegliere un’immagine capace di rappresentare Susan Sarandon nella cultura popolare, Louise Sawyer dietro il volante parte con un vantaggio difficilmente colmabile.

thelma e louise

Ridley Scott trasforma Thelma & Louise in qualcosa di molto più grande del road movie dal quale prende le mosse. Louise e la Thelma interpretata da Geena Davis non stanno semplicemente fuggendo dalla polizia: stanno progressivamente uscendo dal sistema di regole che ha governato le loro esistenze.

Sarandon costruisce Louise senza renderla mai un manifesto ambulante. È pragmatica, ferita, ironica e apparentemente più forte della sua compagna di viaggio, finché il film lascia emergere anche le crepe che porta con sé. La libertà conquistata dalle due protagoniste ha un prezzo enorme, ma è proprio l’impossibilità di tornare indietro a trasformare il loro viaggio in mito.

Entrambe le attrici ottennero la candidatura all’Oscar e il film è sopravvissuto agli anni diventando un riferimento culturale ben oltre il cinema. Nel 2016 è stato inserito nel National Film Registry della Library of Congress per la sua rilevanza culturale, storica ed estetica.

The Rocky Horror Picture Show, quando Janet smise di essere la brava ragazza

Prima della Louise ribelle c’era stata Janet Weiss. E apparentemente le due donne non potrebbero essere più lontane.

rocky horror picture show

Quando nel 1975 entra nel cast di The Rocky Horror Picture Show, Sarandon interpreta una giovane convenzionale catapultata insieme a Brad nel mondo di Frank-N-Furter. Quello che comincia come uno spaesamento diventa però progressivamente una liberazione da tutto ciò che Janet credeva di dover essere.

Il film non esplose immediatamente al botteghino: diventò fenomeno attraverso le proiezioni di mezzanotte, i fan travestiti, le battute recitate insieme allo schermo e una ritualità collettiva che continua ancora oggi. E proprio Janet è uno degli strumenti attraverso i quali quel racconto di trasgressione smonta progressivamente conformismo e repressione.

Rivederlo cinquant’anni dopo significa anche scoprire quanto fosse precoce la disponibilità di Sarandon a giocare con la propria immagine. Prima ancora di diventare una star, aveva già scelto un film che delle regole sembrava voler fare coriandoli.

Dal thriller al dramma civile: quando Sarandon prende il controllo della scena

La popolarità non l’ha mai spinta verso un cinema più accomodante. Anzi, gli anni Novanta rappresentano probabilmente la fase nella quale la sua carriera raggiunge il punto di equilibrio migliore tra successo commerciale e ruoli complessi.

Il cliente, l’avvocata che non ha bisogno di diventare un’eroina

Nel 1994 Joel Schumacher porta sullo schermo il romanzo di John Grisham e affida a Susan Sarandon il personaggio di Reggie Love, avvocata chiamata a difendere un ragazzino rimasto intrappolato tra criminalità organizzata e autorità federali.

reggie love

Sulla carta potrebbe essere un personaggio puramente funzionale al thriller. Sarandon fa l’opposto: rende Reggie il baricentro umano della storia. La sua forza non nasce dall’infallibilità, ma dall’esperienza, dall’ironia e dalla capacità di restare presente quando tutti intorno cercano di aumentare la pressione.

È una di quelle interpretazioni nelle quali l’attrice dimostra di poter comandare una scena senza alzare il volume. Uno sguardo o una pausa sono spesso sufficienti a modificare il rapporto tra i personaggi.

Il risultato fu una nuova candidatura all’Oscar e soprattutto il BAFTA come migliore attrice protagonista, conquistato nel 1995.

Dead Man Walking, il ruolo che le consegna l’Oscar

Il premio dell’Academy arriva finalmente con Dead Man Walking, diretto da Tim Robbins e costruito intorno all’esperienza di suor Helen Prejean.

Sarandon interpreta una religiosa che accompagna spiritualmente Matthew Poncelet, condannato a morte interpretato da Sean Penn. Sarebbe facile trasformare il personaggio in una figura moralmente superiore agli altri. Il film rifiuta quella scorciatoia e l’attrice fa altrettanto.

sarandon dead man walking

Helen ascolta, dubita, entra in conflitto con se stessa. La sua compassione nei confronti di Poncelet non cancella il peso del crimine né il dolore delle vittime. È proprio dentro questo spazio scomodissimo, nel quale umanità e responsabilità devono convivere, che Sarandon trova una delle interpretazioni più mature della propria carriera.

Nel 1996, dopo quattro candidature senza vittoria, arriva l’Oscar come migliore attrice protagonista. Dead Man Walking ottiene complessivamente quattro nomination agli Academy Awards, comprese quelle per Sean Penn e Tim Robbins.

Non è soltanto il film della consacrazione. È anche quello nel quale la Sarandon attrice e la Sarandon cittadina sembrano avvicinarsi maggiormente: la pena capitale diventa materia cinematografica senza essere ridotta a slogan, e il film pretende dallo spettatore una riflessione anziché una risposta precostituita.

L’olio di Lorenzo, una madre che si rifiuta di aspettare

Un’altra candidatura era arrivata pochi anni prima con L’olio di Lorenzo, diretto nel 1992 da George Miller.

Qui Sarandon interpreta Michaela Odone, madre di Lorenzo, bambino colpito da una rarissima malattia neurodegenerativa. Insieme al marito Augusto, interpretato da Nick Nolte, decide di non accettare passivamente l’assenza di una cura e comincia a studiare letteratura scientifica, confrontarsi con specialisti e cercare una possibile strada terapeutica.

L'olio di lorenzo

Il rischio di trasformare una storia simile in puro ricatto emotivo è enorme. Sarandon tiene invece Michaela costantemente sul confine tra disperazione e ostinazione, mostrandone l’amore ma anche la rabbia, l’esaurimento e quella determinazione quasi feroce che finisce per assorbire ogni altra dimensione della sua esistenza.

È forse meno immediatamente identificabile nell’immaginario popolare rispetto a Louise Sawyer o suor Helen Prejean, ma racconta con particolare chiarezza una delle caratteristiche fondamentali dell’attrice: quando interpreta una donna in lotta, non cerca mai di renderla necessariamente gradevole.

Il bonus inevitabile: Nemiche amiche e quelle lacrime che arrivano comunque

Poi c’è Nemiche amiche. E qui la critica può anche deporre temporaneamente le armi.

Nel film di Chris Columbus del 1998, Susan Sarandon interpreta Jackie Harrison, madre divorziata che deve confrontarsi con Isabel, la nuova compagna dell’ex marito interpretata da Julia Roberts. Il terreno iniziale è quello della rivalità: due donne costrette a trovare uno spazio reciproco nella vita degli stessi bambini. Poi arriva la malattia di Jackie e il film cambia direzione.

Nemiche amiche

Sarandon impedisce però al personaggio di diventare semplicemente “la madre malata”. Jackie conserva orgoglio, ironia, paura e persino una certa durezza mentre comincia a comprendere che Isabel potrebbe un giorno occupare nella vita dei figli uno spazio che lei non potrà più avere.

Il film sa perfettamente dove vuole portare lo spettatore e non nasconde affatto le proprie intenzioni melodrammatiche. Eppure funziona. Funziona perché il confronto tra Sarandon e Roberts riesce a trasformare quella che inizialmente sembra una competizione in una forma imprevista di alleanza.

A quasi trent’anni dall’uscita rimane uno dei titoli che il pubblico associa più spontaneamente alla dimensione emotiva dell’attrice. E sì: si può conoscere perfettamente il finale e finire comunque a cercare i fazzoletti.

A 80 anni Susan Sarandon resta difficile da mettere in una casella

Forse è proprio questo l’elemento più interessante del suo ottantesimo compleanno. Susan Sarandon non arriva al traguardo come una star ritiratasi dentro la celebrazione del proprio passato.

Nel febbraio 2026 ha ricevuto a Barcellona il Goya Internazionale, con l’Academia spagnola che ha riconosciuto insieme la sua carriera e il suo impegno civile. A settembre era invece alla Mostra di Venezia con The Echo Chamber e ha raccontato pubblicamente le conseguenze professionali che, secondo lei, continuano a derivare dalle sue posizioni politiche. Poi, pochi giorni dopo, è tornata in strada a manifestare a New York.

susan sarandon

Ottant’anni, dunque. Ma l’immagine conclusiva non è quella di un premio alla carriera appoggiato sopra un camino. È ancora Susan Sarandon che prende posizione, accetta le conseguenze e continua a occupare uno spazio difficile da rendere innocuo.

Janet, Louise, Reggie, Michaela e Helen sembrano lontanissime tra loro. In fondo, però, hanno qualcosa in comune: a un certo punto decidono che la parte assegnata loro dagli altri non basta più. Forse è anche per questo che Susan Sarandon le ha interpretate così bene.