Bastano quattro persone, un appartamento e una proposta sufficientemente indecente per mettere in discussione anni di matrimonio. The Invite – Il piacere è tutto nostro, terzo film da regista per Olivia Wilde dopo La rivincita delle sfigate e Don’t Worry Darling, trasforma una cena tra vicini in una spietata radiografia della vita di coppia, affidandosi a Seth Rogen, Penélope Cruz, Edward Norton e alla stessa Wilde per costruire 107 minuti nei quali il sesso è soltanto il detonatore di qualcosa di molto più profondo. Remake americano di Sentimental di Cesc Gay, il film parte dalla struttura più teatrale possibile - quattro adulti che parlano quasi sempre all’interno dello stesso appartamento - e trova proprio in questa apparente limitazione la propria forza, accumulando imbarazzo, desiderio, rancore e comicità fino a trasformare una normale serata in un regolamento di conti emotivo. Il risultato è una commedia adulta, brillante e sorprendentemente malinconica, capace di ridere delle ipocrisie del matrimonio senza fingere che liberarsene sia semplice.

Joe e Angela non sono una coppia sull'orlo della crisi nel modo spettacolare al quale il cinema ci ha abituati. Non ci sono tradimenti immediatamente scoperti, valigie preparate in fretta o urla destinate a chiarire fin dalle prime scene che tutto sia finito. C'è qualcosa di forse più pericoloso: due persone che continuano a vivere insieme ma hanno progressivamente smesso di riconoscere nella propria vita quella che avevano immaginato. Lui insegna musica dopo aver lasciato naufragare le proprie aspirazioni artistiche; lei ha messo da parte la carriera dopo la nascita della figlia e trascorre le giornate dentro un appartamento bellissimo che sembra diventato il museo della loro immobilità. Si amano ancora, probabilmente, ma l'amore non basta più a impedire che ciascuno individui nell'altro il principale responsabile delle proprie rinunce.

The Invite

È dentro questa crepa che entrano i vicini del piano superiore. Piña e Hawk sembrano possedere esattamente ciò che Joe e Angela hanno perduto: leggerezza, desiderio, complicità e soprattutto una relazione apparentemente libera dalle regole che hanno trasformato il matrimonio dei loro ospiti in una gabbia elegantemente arredata. Invitarli a cena dovrebbe significare soltanto conoscerli meglio. Naturalmente significa tutt'altro.

Una cena che lentamente smonta tutte le bugie della coppia

The Invite comprende molto bene che il vero piacere di una commedia degli equivoci non sta semplicemente nell'accumulare situazioni imbarazzanti, ma nell'utilizzare ogni nuovo equivoco per rivelare qualcosa che i personaggi avrebbero preferito tenere nascosto. La serata procede quindi come un meccanismo a pressione crescente. Una battuta apparentemente innocente ne produce un'altra meno innocente, una confidenza apre uno spazio nel quale qualcuno si spinge troppo oltre e una proposta inizialmente trattata come assurda costringe improvvisamente tutti a domandarsi perché la trovino davvero così assurda.

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La sceneggiatura non ha fretta di arrivare alla propria provocazione principale perché sa che il punto non è l'eventuale trasgressione sessuale. Ciò che interessa davvero è vedere cosa accade quando due modelli di coppia apparentemente opposti vengono costretti a osservarsi da vicino. Joe e Angela guardano i vicini e vedono una libertà che li attrae e contemporaneamente li destabilizza; Piña e Hawk diventano invece una specie di specchio deformante attraverso il quale la coppia protagonista è obbligata a riconoscere quanto della propria infelicità sia davvero responsabilità del matrimonio e quanto appartenga invece alle scelte individuali compiute negli anni.

È una distinzione fondamentale, perché sarebbe stato facilissimo costruire un film nel quale la relazione tradizionale rappresentasse soltanto repressione e quella dei vicini una forma superiore di emancipazione. Wilde è abbastanza intelligente da non cadere completamente nella trappola. Nessuna delle due coppie possiede la soluzione. Ognuna ha semplicemente negoziato desiderio, fedeltà, gelosia e compromesso in maniera differente, e la cena diventa interessante proprio quando le sicurezze di tutti cominciano a incrinarsi.

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La comicità nasce quindi meno dalla situazione in sé che dal disperato tentativo dei personaggi di mantenere un'immagine decorosa mentre la conversazione diventa progressivamente più intima. Nessuno vuole essere quello provinciale, quello geloso, quello frustrato o quello moralista, ma più ciascuno cerca di apparire aperto e sofisticato più diventa evidente dove si trovi il proprio limite. Ed è in questa distanza tra ciò che i protagonisti affermano di pensare e ciò che realmente provano che The Invite trova alcune delle sue battute migliori.

Seth Rogen e Olivia Wilde fanno ridere perché la crisi è credibile

Un film costruito quasi interamente su dialoghi e reazioni avrebbe potuto collassare molto rapidamente senza quattro interpreti capaci di modulare continuamente il tono. Seth Rogen è probabilmente quello al quale il copione concede le occasioni comiche più immediate, ma la sua prova funziona perché Joe non diventa mai soltanto il marito goffo utilizzato per produrre risate. Sotto l'ironia rimane sempre visibile la frustrazione di un uomo convinto di avere rinunciato a una parte di sé e abbastanza fragile da utilizzare il sarcasmo come difesa ogni volta che quella rinuncia viene messa in discussione.

Olivia Wilde gli costruisce accanto un personaggio più doloroso. Angela è vulnerabile, insoddisfatta e spesso contraddittoria, ma soprattutto porta il peso di una vita nella quale ha progressivamente trasformato il sacrificio in risentimento. Ha smesso di essere artista, ha indirizzato le proprie energie verso la famiglia e la casa e ora osserva ciò che è diventata senza sapere esattamente a chi attribuirne la responsabilità. Sarebbe semplice identificare Joe come il colpevole perfetto, ma il film è più interessante quando rifiuta questa soluzione e lascia emergere quanto anche Angela abbia partecipato alla costruzione della propria immobilità.

È proprio qui che l'attrice e regista trova probabilmente la sfumatura migliore del personaggio: la rabbia verso il partner può essere autentica anche quando sappiamo che non gli appartiene interamente la colpa. Le relazioni diventano inevitabilmente il luogo nel quale depositiamo frustrazioni nate altrove, semplicemente perché la persona che abbiamo accanto è quella che rimane abbastanza vicina da riceverle.

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Penélope Cruz ed Edward Norton entrano in questa dinamica senza limitarsi al ruolo dei provocatori. Piña possiede una sensualità e una sicurezza che Angela osserva inizialmente quasi con diffidenza, mentre Hawk porta nella stanza una disinvoltura capace di mettere Joe immediatamente sulla difensiva. Ma più la cena procede, più anche la coppia apparentemente emancipata rivela contraddizioni e vulnerabilità. È un equilibrio fondamentale: se i vicini fossero soltanto strumenti attraverso i quali “liberare” Joe e Angela, il film sarebbe una dimostrazione. Rendendoli invece esseri umani altrettanto imperfetti, Wilde può trasformare la serata in un confronto molto più interessante.

Un appartamento diventa il quinto protagonista

La decisione di girare seguendo sostanzialmente le unità di luogo e tempo non rappresenta soltanto un omaggio all'origine teatrale del materiale. È la vera struttura cinematografica del film. L'appartamento viene utilizzato come un sistema di confini mobili: una porta può improvvisamente isolare due personaggi, uno specchio permette di osservarne un altro senza trovarsi direttamente davanti a lui, il semplice attraversamento da una stanza all'altra cambia alleanze e conversazioni. Wilde riesce così a evitare che The Invite sembri teatro filmato, trasformando l'ambiente in un meccanismo attraverso il quale seguire la progressiva disgregazione delle convenzioni.

Il riferimento a Chi ha paura di Virginia Woolf? emerge inevitabilmente, non perché il film voglia raggiungerne la stessa ferocia, ma per il modo in cui utilizza una serata apparentemente sociale per trascinare due coppie dentro una zona nella quale diventa impossibile continuare a recitare. Mike Nichols aveva trasformato la casa in un'arena psicologica; Wilde sceglie una temperatura molto più leggera e contemporanea, ma comprende che l'idea fondamentale rimane potentissima. Più lo spazio fisico si restringe, più i personaggi sono costretti ad allargare il territorio delle cose di cui non avrebbero mai voluto parlare.

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Anche Woody Allen appartiene inevitabilmente al patrimonio del film, soprattutto quando la conversazione comincia a oscillare tra sesso, nevrosi, insoddisfazione e il disperato bisogno degli esseri umani di trasformare le proprie scelte sentimentali in teorie generali sull'amore. Ma Wilde non si limita a riprodurre quel modello. Lo sposta in una sensibilità nella quale la relazione monogama, il desiderio femminile, la genitorialità e il concetto stesso di fedeltà vengono discussi da personaggi consapevoli dell'esistenza di alternative che le generazioni precedenti potevano soltanto suggerire.

Questo non significa che il film abbia risposte più moderne. Significa che può formulare domande differenti. Se una coppia decide liberamente le proprie regole, quelle regole sono necessariamente migliori? Quanto della gelosia deriva dal possesso e quanto dalla paura di non essere più desiderati? È possibile separare il desiderio sessuale dall'intimità costruita attraverso gli anni? E soprattutto: quanto siamo davvero disposti a conoscere della persona che abbiamo accanto, quando quella conoscenza rischia di mettere in crisi l'immagine sulla quale abbiamo costruito la relazione?

The Invite fa ridere finché la risata comincia a fare male

La qualità più sorprendente del film è la naturalezza con cui cambia gradualmente temperatura. Per buona parte della durata si ride molto e spesso, grazie soprattutto ai tempi dei quattro interpreti e alla capacità della regia di lasciare esplodere una situazione senza precipitare immediatamente verso la successiva. Ma lentamente la comicità smette di funzionare come protezione. Alcune battute rimangono sospese più a lungo del previsto, determinati silenzi iniziano a pesare e quella che sembrava una serata destinata soltanto a produrre imbarazzo comincia a far emergere la possibilità concreta che il matrimonio di Joe e Angela non abbia semplicemente bisogno di una scossa.

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Il film si apre significativamente con Oscar Wilde: «Bisogna essere sempre innamorati. Questa è la ragione per cui non ci si dovrebbe mai sposare». È una provocazione perfetta per una storia che non vuole necessariamente mettere sotto processo il matrimonio, quanto l'idea che la relazione possa sopravvivere soltanto perché esiste da abbastanza tempo. Il punto non è decidere se restare insieme o separarsi, né stabilire se la libertà sessuale sia più autentica della monogamia. La domanda più scomoda riguarda quanto di noi stessi siamo disposti a sacrificare per mantenere intatta la forma della coppia e cosa accada quando quella forma diventa più importante delle persone che dovrebbe contenere.

È qui che The Invite supera la propria premessa da commedia piccante. Dietro l'offerta sessuale, le battute e l'imbarazzo c'è qualcosa di profondamente malinconico: la consapevolezza che due persone possano amarsi e contemporaneamente essere diventate il promemoria quotidiano delle possibilità alle quali l'altra ha rinunciato. Joe guarda Angela e vede anche la carriera che non ha avuto; Angela guarda Joe e vede anche l'artista che ha smesso di essere. Nessuna proposta trasgressiva può risolvere davvero un problema del genere, perché il desiderio non è ciò che manca. Manca la capacità di osservare nuovamente l'altro senza proiettargli addosso tutto quello che non siamo riusciti a diventare.

The Invite

Olivia Wilde costruisce così il suo film più controllato da regista. Dopo l'energia giovanile di La rivincita delle sfigate e l'ambizione visiva, molto più divisiva, di Don't Worry Darling, sceglie apparentemente di ridurre tutto: quattro attori, poche stanze, una sera. In realtà quella riduzione le permette di concentrarsi con maggiore precisione su ritmo, interpretazioni e spazio, dimostrando quanto il cinema possa diventare dinamico anche senza muoversi praticamente da un appartamento.

The Invite – Il piacere è tutto nostro funziona perché sa che la provocazione più grande non è immaginare quattro persone che potrebbero finire a letto insieme. È immaginare due persone sposate da anni che, per una sera, siano finalmente costrette a dirsi la verità. Ed è proprio quando il piacere annunciato dal titolo smette di essere soltanto sessuale e diventa il piacere pericoloso di smontare tutte le proprie certezze che la commedia di Wilde trova la sua voce migliore.