Aaron Sorkin torna nella Silicon Valley sedici anni dopo The Social Network, ma questa volta Facebook non è più la promessa di un mondo nuovo: è un gigante diventato abbastanza potente da condizionare quello esistente. The Social: Il prezzo della verità arriva nei cinema italiani dall’8 ottobre con Eagle Pictures e porta sullo schermo la vicenda reale dei Facebook Files, seguendo il giornalista del Wall Street Journal Jeff Horwitz, interpretato da Jeremy Allen White, e Frances Haugen, a cui presta il volto Mikey Madison, nel percorso che portò alla diffusione di migliaia di documenti interni della società. Al centro non c’è però una lezione sul funzionamento degli algoritmi né un processo cinematografico ai social network: Sorkin costruisce un thriller di persone, informazioni e fiducia nel quale ogni conversazione può trasformarsi in un rischio e il potere di un’azienda viene misurato anche attraverso la paura di chi decide di raccontarne ciò che accade all’interno.
È questo il punto che separa immediatamente il film dall'idea più semplice di un The Social Network 2. Il legame con l'opera diretta nel 2010 da David Fincher esiste inevitabilmente, perché Sorkin torna nello stesso territorio e osserva ciò che Facebook è diventato dopo essere stato raccontato nella fase della sua nascita. Ma è cambiato tutto ciò che conta. Non ci sono più studenti ossessionati dall'idea di costruire qualcosa che ancora non esiste, bensì persone che lavorano dentro una delle aziende più influenti del pianeta e iniziano a interrogarsi sulle conseguenze di ciò che quella macchina ha prodotto. Se il primo film raccontava il prezzo umano della creazione di Facebook, questo nuovo capitolo ideale si concentra sul prezzo sociale della sua crescita.

Dai Facebook Files a un thriller sulla fiducia
La storia parte da Frances Haugen, dipendente di Facebook entrata in possesso di una quantità enorme di documentazione interna relativa al funzionamento della piattaforma, alle sue strategie e agli effetti prodotti da alcune delle sue scelte. Quando decide che quelle informazioni non possono rimanere confinate all'interno dell'azienda, entra in contatto con Jeff Horwitz, giornalista del Wall Street Journal. Da quel momento il film trasforma un'inchiesta giornalistica in una struttura narrativa che assomiglia progressivamente a un thriller: documenti da proteggere, fonti da verificare, rapporti da costruire e una società immensamente più potente delle singole persone intenzionate a metterla in discussione.
Il punto di partenza deriva dall'inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal nel 2021 con il titolo The Facebook Files, una serie di articoli costruita grazie ai documenti forniti da Haugen e destinata ad aprire un nuovo fronte nel dibattito sulle responsabilità delle piattaforme social. Sorkin non sembra però interessato a trasformare quella mole di informazioni nel contenuto di una conferenza cinematografica. I dati sono importanti soltanto quando qualcuno decide cosa farne, ed è per questo che il film sposta continuamente l'attenzione sulle persone che devono scegliere se parlare, tacere, fidarsi o proteggere la propria posizione.
È una dinamica perfetta per la scrittura dell'autore di The West Wing e Steve Jobs, da sempre interessato ai luoghi nei quali parola e potere finiscono per diventare indistinguibili. Qui non servono hacker che digitano freneticamente davanti a decine di monitor per creare suspense. La tensione può nascere semplicemente da una domanda alla quale qualcuno tarda troppo a rispondere, dalla consapevolezza che un documento possa compromettere una carriera o dal dubbio che la persona dall'altra parte del tavolo non stia dicendo tutto ciò che sa.

Il paradosso è particolarmente efficace perché stiamo parlando di un film dedicato a una delle società che più di ogni altra ha trasformato le relazioni umane in dati, connessioni e interazioni misurabili. Sorkin riporta invece tutto all'elemento più antico e incontrollabile possibile: la fiducia tra due esseri umani. Nessun sistema può certificare completamente quella variabile e nessun algoritmo può stabilire con certezza se qualcuno manterrà una promessa quando le conseguenze diventeranno abbastanza grandi.
Jeremy Allen White e Mikey Madison contro un gigante
La scelta dei due protagonisti contribuisce in maniera decisiva all'identità del progetto. Jeremy Allen White interpreta Horwitz dopo gli anni che lo hanno consacrato con The Bear, portando nel film quella stessa capacità di rendere visibile la pressione interna di un personaggio anche quando apparentemente non sta facendo nulla di spettacolare. Il giornalista diventa il punto di contatto tra il mondo chiuso dell'azienda e quello esterno, ma soprattutto deve trasformare informazioni potenzialmente esplosive in un'inchiesta capace di resistere alle verifiche, alle pressioni e alle inevitabili conseguenze.
Mikey Madison interpreta invece Frances Haugen e si trova davanti al conflitto forse più importante della storia. Perché la decisione di diventare una whistleblower non significa soltanto consegnare dei file: significa accettare che la propria esistenza venga radicalmente modificata da quel gesto. La tensione del film passa quindi anche dalla distanza tra sapere qualcosa e trovare il coraggio necessario per renderla pubblica. In quella zona si collocano paura, senso di responsabilità, rabbia e inevitabilmente una componente personale che impedisce alla vicenda di ridursi a una semplice battaglia tra bene e male.

Attorno a loro Sorkin ha costruito un cast che comprende Wunmi Mosaku, Betty Gilpin, Billy Magnussen e Bill Burr, mentre Jeremy Strong interpreta Mark Zuckerberg. La scelta segna una delle differenze più visibili rispetto a The Social Network, nel quale il fondatore di Facebook aveva il volto di Jesse Eisenberg. Strong arriva al personaggio quando Zuckerberg non è più il giovane imprenditore che cerca di difendere la propria creatura, ma uno degli uomini più potenti dell'economia digitale mondiale. Ed è proprio questo salto temporale a rendere interessante il confronto ideale tra i due film: il ragazzo accusato di aver tradito amici e soci è diventato il vertice di una struttura le cui decisioni possono produrre conseguenze su miliardi di persone.
Il vero erede di The Social Network non ha bisogno di copiarlo
Il paragone con il film di Fincher sarà inevitabile, ma cercare nello stile di The Social: Il prezzo della verità la ripetizione di quell'esperienza rischia di far perdere il punto dell'operazione. The Social Network apparteneva a un momento nel quale era ancora possibile osservare i social network con una combinazione di fascinazione e inquietudine: il potenziale della tecnologia appariva enorme, mentre le sue conseguenze erano soltanto parzialmente visibili. Sedici anni dopo, quella distanza è scomparsa.

Facebook, Instagram e le altre grandi piattaforme digitali non sono più esperimenti osservati mentre crescono. Fanno parte della politica, dell'informazione, della pubblicità, delle relazioni sentimentali e del modo in cui una parte enorme della popolazione costruisce la propria rappresentazione della realtà. Sorkin non deve quindi immaginare che cosa potrebbe accadere se queste aziende diventassero troppo potenti: racconta un momento nel quale qualcuno all'interno della macchina ha iniziato a sostenere che quel potere fosse già diventato un problema.
Da qui deriva anche il carattere fortemente contemporaneo del film. La questione non riguarda semplicemente Facebook o ciò che accadde nel 2021. Riguarda il rapporto che abbiamo costruito con sistemi ai quali consegniamo quotidianamente informazioni, emozioni e attenzione senza avere quasi mai accesso ai criteri attraverso i quali quelle informazioni vengono utilizzate. Il thriller funziona allora perché trasferisce una paura astratta dentro rapporti comprensibili: chi possiede l'informazione, chi può pubblicarla, chi cerca di impedirlo e chi dovrà assumersi la responsabilità delle conseguenze.

Sorkin può così utilizzare uno dei suoi strumenti preferiti, la conversazione, come se fosse una scena d'azione. Le parole diventano pressione, difesa e attacco; un incontro può avere la tensione di un inseguimento proprio perché il rischio non è perdere una corsa, ma perdere una fonte, un'inchiesta o la possibilità stessa di dimostrare ciò che si sostiene. È un cinema nel quale la velocità nasce dal pensiero, non dal montaggio di esplosioni.
Quando il problema della tecnologia torna a essere umano
È forse questo l'aspetto più interessante di The Social: Il prezzo della verità. Più la tecnologia diventa complessa, più il film sembra volerla togliere dal centro dell'inquadratura. Il problema non è costruire un algoritmo capace di fare qualcosa, ma stabilire quali decisioni siano state prese dalle persone che lo controllano, quali risultati conoscessero e quali conseguenze fossero disposte ad accettare.
La distinzione è fondamentale perché evita di trasformare l'intelligenza delle macchine o l'opacità dei sistemi informatici in comodi antagonisti impersonali. Un algoritmo non possiede ambizione, paura di perdere il posto o necessità di proteggere la reputazione di un'azienda. Le persone sì. Ed è proprio nella distanza tra le dichiarazioni pubbliche e ciò che può emergere dai documenti interni che il film trova il proprio terreno più fertile.

Lo stesso titolo italiano insiste sul concetto di prezzo, ma la moneta in gioco non è necessariamente economica. Quanto costa dire la verità quando quella verità può distruggere una carriera? Quanto costa pubblicarla quando dall'altra parte si trova un'azienda dotata di risorse enormemente superiori? E quanto costa, invece, sapere qualcosa e decidere di non parlare?
Sono domande che permettono al film di assumere la forma di una storia di Davide contro Golia senza trasformare automaticamente ogni personaggio in un simbolo. Perché la forza della vicenda reale sta proprio nel fatto che le grandi trasformazioni non iniziano necessariamente da persone invulnerabili. Possono iniziare da qualcuno che possiede un'informazione, da qualcun altro disposto ad ascoltarla e dal momento estremamente fragile nel quale entrambi decidono di fidarsi.
The Social: Il prezzo della verità arriverà nei cinema italiani dall'8 ottobre, riportando Aaron Sorkin nel territorio che aveva contribuito a trasformare in cinema sedici anni fa. Ma questa volta Facebook non deve più conquistare il mondo: lo ha già fatto. La questione, adesso, è capire cosa sia successo dopo e quanto possa costare raccontarlo.
